Un due tre

Un libro è il mio modo di lasciare qualcosa di me: la vita a vele spiegate di Gaia Servadio

Scrittrice, giornalista, melomane, firma di How to Spend it fin dal primo numero. La ricordiamo a partire dal suo capolavoro autobiografico, Raccogliamo le vele.

di Nicoletta Polla-Mattiot

2' di lettura

Una vitalità onnivora, un'adesione alla realtà istantanea, senza titubanze: la prima cosa che colpiva di Gaia Servadio era il suo modo di dire sì. Aveva detto sì al “mio” festival del cuore, Le Corde dell'anima, e lì ci eravamo conosciute. Aveva detto sì alla rubrica di How to Spend it che le avevo proposto fin dal primo numero. Un, due, tre: un nome nato per gioco, al telefono, era diventato il suo cabinet de curiosités, dove scovava artigiani e delizie in capo al mondo, mescolava tessuti e tappeti, musica e cultura. Era il suo diario di viaggio da Panama a Mosca all'adorata Umbria, era la sua pagina nomade profumata di storia e di spezie. Si lasciava guidare da una curiosità senza limiti e un gusto per quello che lei stessa acquistava e metteva in valigia, riportando a casa tesori che erano storie, incontri, persone, itinerari, scoperte.

La generosità è una costituzione fisica, per essere sana e robusta non si misura nel dare, ma nella circolarità: quella capacità di prendere, gustare, assaporare con intensità le cose e rimetterle a disposizione degli altri, col sovrappiù del proprio entusiasmo nell'averle provate. Si condivide perché il bello, la meraviglia possa vivere ancora, e ancora. In questo Gaia era magistrale e la sua scrittura è abnegazione pura. Assomiglia alle sue case, sempre aperte, sempre pronte ad accogliere, mescolando amicizie e generi, sovraccariche di una felicità oggettuale, dove tutto si tiene: successo e delusione, legami e perdite, regali, libri, dischi, figli, nipoti, nobili, politici, musicisti, registi e persone amabilmente comuni.

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Gaia Servadio e il romanzo Raccogliamo le vele

 

Basta leggere le oltre 400 pagine di Raccogliamo le vele per entrare in questo mondo, sovrabbondante e godibile, perché goduto fino all'essenza. “Evitare è un errore. Penso che sbagliare sia preferibile alla mancanza di decisione”, scrive. “Anche alzarsi dal letto la mattina è una scelta. Si potrebbe farne a meno e rimanere fra le lenzuola”. Si alzava presto - “una come me, ha avuto fretta in tutto” - scriveva a tutte le ore, portava abiti coloratissimi, sciarpe annodate senza attenzione, spille meravigliose che brillavano quanto i suoi occhi chiari.

Se ne va una collega, un'amica, una compagna di viaggio a cui, come lei stessa avrebbe scritto dell'uomo “con gli occhi più belli del mondo”, non perdoneremo mai di essere morta. “Raccogliamo le vele, remiamo; non un indugio: la vita - e non sono certo io la prima a dirlo - è una traversata di mare, di tempeste, di bonacce, di albe radiose e di tramonti spaventosi”.

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