«In un chiaro gelido mattino di gennaio all’inizio del xxi secolo»

Un lupo alle porte di Berlino e l’Europa in fuga dai suoi fantasmi

di Serena Uccello

“In un chiaro gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfenning

3' di lettura

Ci sono libri che già dalla seconda pagina ti fanno entrare dentro una bolla confortante. E questa sensazione di conforto e di calore non c’entra con quello che leggerai, che può essere duro e sconvolgente e drammatico e può farti male. C’entra con la “relazione”, l’intima connessione tra te e quelle pagine. «In un chiaro gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo» di Roland Schimmelpfenning, in libreria per Fazi Editore, è uno di questi libri. Schimmelpfenning, autore tedesco, che nasce come giornalista ma che deve il suo successo al suo lavoro di drammaturgo, con quest’opera è al suo esordio nella narrativa.

Dicevamo dunque del calore, sostantivo che non deve portare fuori strada: il calore e il conforto riguardando l’intensità dell’esperienza che riesce a far vivere la scrittura di Schimmelpfenning, la capacità di queste pagine di sottrarre per proiettare verso la scoperta. Per quanto cioè, in ufficio, in metropolitana, per strada, a fare la spesa, ci si possa sentire sotto assedio, ora è la storia di Tomasz e di Agnieszha, del ragazzo e della ragazza, di Charly e di Jacky, a prevalere. E il tempo diventa un altro: è quello di un giorno qualunque di un inverno qualunque quando al confine tra la Polonia e la Germania viene avvistato un lupo.

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Dunque nevica, i paesaggi del cuor d’Europa sono così ammorbiditi ed addolciti . Un incidente, un ingorgo, tutto fermo. Tra i tanti, un manovale polacco che guida verso Berlino. È freddo ed è rischioso restare in macchina. L’uomo scende a cercare un modo per salvarsi. Avvista così il lupo e lo fotografa. La foto finisce su un giornale: tutti aspettano e temono il lupo.  Negli stessi giorni, due adolescenti fuggono per raggiungere pure loro Berlino. Lui lascia un padre alcolista, una madre che forse lo è anche. Non c’è violenza, non sono due genitori violenti. Sono due genitori fatti in questo modo, che amano, che si preoccupano, che faticano e che bevono. Questa è la regola lascia intendere Schimmelpfenning che così ci rilancia l’immagine di una cultura, di una classe sociale. Vodka sul tavolo al mattino contro il gelo, contro le albe nei boschi a cacciare o a rimediare legna.

Lei, la ragazza, lascia una madre depressa e sì violenta: è stata un tempo una grande artista (chissà) diventata una donna schiacchiata dai sogni non realizzati, dagli obiettivi non raggiunti. Poi ci sono i proprietari di un locale, un vecchio palazzo da sventrare e ricostruire, una donna che brucia, in balcone, i diari della madre, i fantasmi della DDR. E la ricerca del lupo e al tempo stesso la fuga dal lupo, che è ricerca esistenziale e politica. Come la perdizione o lo sprofondare. Individui come singoli esseri ma anche molecole delle storia . Ogni personaggio qui porta una sua solitudine e la sua incapacità di reagirvi, parlare comunicare

«Agnieska lavorava tutti i giorni dalle sei di mattina, ma al cantiere cominciavano solo alle sette a causa del rumore. Questo significava che per un’ora Tomasz doveva restare solo. Allora si alzava ogni giorno con Agnieszka e l’accompagnava al lavoro a casa di una coppia, a Dahlem, dove Agnieszha puliva e faceva le faccende tutte le mattine fino alle nove. Tomasz fermava la macchina davanti alla villa, lei entrava e lui rimaneva seduto nella Toyata finché non era ora di andare al cantiere. Agnieszha non poteva farlo entrare insieme a lei...».

E se per amplificazione dal particolare al generale questo fosse anche il destino dei popoli? Ogni elemento ha una carica fortemente simbolica. Un esempio tra tutti: il palazzo da demolire e ricostruire. Il nostro mondo che si dissolve, la cultura a cui apparteniamo che si polverizza. Come la ricerca di un vecchio amico da parte dei due adolescenti su un treno merci nel gelo. Una generazione in transizione, sballottata, che insegue e fugge. I padri inadeguati.

Qui il cielo di Berlino è plumbeo, ma la scrittura tradisce un sollievo come se al di là ci fosse una consolazione. Lo sguardo di Schimmelpfenning è quello di chi ha in mano il mestiere del regista. I suoi occhi sono come una telecamera. La voce a tratti ha il timbro di quella straordinaria narratrice che fu Ágota Kristóf ma qui sotto il gelo c’è la salvezza degli individui che, se pur monadi, cercano l’empatia.

Roland Schimmelpfenning
in un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo
Fazi Editore, pp.231, 18 euro

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