eurozona

Un Mes comunitario per per salvare l’Europa e l’interesse nazionale

Tra il sovranismo antieuropeo e l’europeismo realista c'è una terza strada da percorrere, quella che porta a congiungere l’interesse del nostro Paese con quello europeo

di Sergio Fabbrini


Mes, Gualtieri: a Eurogruppo abbiamo difeso interessi Italia

4' di lettura

Il dibattito che si è svolto sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) dimostra che la principale linea di divisione tra governo e opposizione (e al loro interno) riguarda l’idea stessa di interesse nazionale. Per gli oppositori della riforma occorre smantellare il sistema regolativo dell’Eurozona («L’uscita dall'euro non è un tabù», ha ripetuto l’altro ieri l’onorevole leghista Borghi), così da giungere ad un mercato comune privo di meccanismi vincolanti.

Qui, l’interesse nazionale coincide con l’isolazionismo. Una prospettiva del tutto implausibile, nel contesto di profonda interdipendenza strutturale in cui siamo inseriti. Per i difensori della riforma, invece, il Mes costituisce uno strumento necessario per proteggerci dalle crisi finanziarie, sia sotto forma di crisi sovrana che bancaria. Per di più, esso non impone automatismi di ristrutturazione del debito, nel caso che un suo stato membro richiedesse aiuto finanziario. Qui, l’interesse nazionale coincide con la partecipazione all’Eurozona. È indubbio che sia così. Tuttavia, pur riconoscendo la necessità di approvarlo, occorre domandarsi se il nostro interesse nazionale coincide con un’Eurozona che diventa sempre più intergovernativa, anche grazie al Mes. A me non pare.

Alcuni difensori della riforma sostengono che il Mes non può che essere intergovernativo, visto che i fondi per il suo funzionamento vengono forniti direttamente dai suoi stati membri.

Una logica prettamente politica
In realtà, la logica intergovernativa del Mes è il risultato di rapporti di forza politici, non già di esigenze economiche. Il primo organismo di sostegno finanziario dell’Eurozona (lo European Financial Stabilisation Mechanism, o EFSM) fu istituito con un Regolamento del Consiglio dell’UE (Council Regulation No 407 dell'11 maggio 2010), quindi interno al sistema comunitario, attingendo al bilancio dell’UE. Certamente, la sua dotazione finanziaria fu limitata (60 miliardi) e fu messa a disposizione di

pochi Paesi (Irlanda e Portogallo). Tuttavia, derivando dal bilancio dell’Ue, quella dotazione consentì di sovra-nazionalizzarlo. Ad esempio, l'Art. 2.1 dell’EFSM riconosceva alla Commissione il potere, “a nome dell’Unione Europea, di contrattare prestiti nel mercato dei capitali o con le istituzioni finanziarie”, l’Art. 3.2 prevedeva che le decisioni dell’EFSM venissero adottate “dal Consiglio a maggioranza qualificata sulla base di una proposta della Commissione”, l’Art. 3.5 imponeva alla Commissione di comunicare gli accordi fatti con stati membri “sia al Parlamento europeo che al Consiglio”.

La deriva intergovernativa, indotta dall’uso di accordi internazionali esterni ai Trattati europei, era (ed è) tutt’altro che inevitabile. Infatti, è stata contrastata dalle istituzioni comunitarie. Il 6 dicembre 2017, la Commissione presentò una proposta di Regolamento del Consiglio dei ministri per trasformare il Mes (istituito nel 2012 con un trattato intergovernativo esterno al diritto comunitario) in un Fondo monetario europeo (Fme), interno al diritto comunitario. La relazione di accompagnamento della proposta legislativa sosteneva che le ragioni di urgenza che avevano condotto all’istituzione del Mes non erano più presenti e che, quindi, fosse necessario sovra-nazionalizzarlo.

Tant’è che, ad esempio, l'Art. 5.1 della proposta di Regolamento prevedeva che il Fme dovesse rispondere «al Parlamento europeo e al Consiglio per l’esecuzione dei suoi compiti» (vincolo di accountability sparito nell'attuale Mes). Tale proposta di Regolamento era in continuità con il discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2017, tenuto dall'allora presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, discorso che a sua volta riprendeva proposte avanzate nei Rapporti dei Quattro Presidenti (2012) e quindi dei Cinque Presidenti (2015). Naturalmente, per poter sovra-nazionalizzare la politica di sostegno finanziario è necessario dotare l’Ue di risorse proprie, così da non far dipendere le sue decisioni (esclusivamente) dai trasferimenti finanziari (e dalle preferenze) degli stati membri.

Le possibili proposte
In proposito, non mancano proposte. Oltre ai due Rapporti dei Presidenti, si pensi al Rapporto su “Il futuro finanziamento dell'Ue”, presentato il 16 dicembre 2016 dal Gruppo di esperti designati da tutte le istituzioni comunitarie (e presieduto da Mario Monti). O ancora, si pensi alla Dichiarazione franco-tedesca di Meseberg (19 giugno 2018) in cui si riconosce la necessità di istituire “un budget dell’Eurozona all'interno del framework dell’Unione europea per promuovere la competitività, la convergenza e la stabilizzazione dell'area dell'euro a cominciare dal 2021” (un aspetto, quello della stabilizzazione, sparito dall’accordo raggiunto recentemente nell’Eurogruppo).

A queste proposte, i realisti replicano che i cittadini nazionali non sono disponibili a dotare l’Eurozona di un suo bilancio. Non è così. Ad esempio, per quanto riguarda la Germania, i sondaggi dimostrano regolarmente il contrario. A non essere d'accordo sono i governi nazionali, in particolare quelli nordici della cosiddetta Lega Anseatica. Se così è, allora cosa fa il governo italiano per rendere più sovranazionale la governance dell’Eurozona?

Insomma, se il nostro interesse nazionale è quello di far crescere il Paese e renderlo inclusivo, è implausibile che ciò avvenga fuori dell’Eurozona. Tuttavia, rimanere nell’Eurozona non basta, se non si promuove l’eguaglianza tra i suoi stati membri. Bene hanno fatto il ministro Gualtieri (ora) e il ministro Tria (prima) a neutralizzare gli aspetti più problematici (per l’Italia) dell’accordo intergovernativo del Mes. Tuttavia, nella logica intergovernativa, saremo sempre costretti a giocare in difesa.

Per questo motivo, è necessario condurre, in parallelo, un’iniziativa politica per superare quella logica, creando le alleanze per portare il Mes all’interno dell’ordine comunitario, rafforzando al suo interno il ruolo della Commissione e del Parlamento europeo, ed esigendo che il nascituro bilancio dell’Eurozona (il cosiddetto Strumento di budget per la competitività e la convergenza) abbia anche funzioni di stabilizzazione. Tra il sovranismo antieuropeo e l’europeismo realista c'è una terza strada da percorrere, quella che porta a congiungere il nostro interesse nazionale con quello europeo.

Per approfondire:
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