Dopo il caso Eni - Nigeria

Un modello migliore di partnership locali per i big del petrolio

di Pasquale Lucio Scandizzo

(age fotostock / AGF)

3' di lettura

Un secolo di sfruttamento delle fonti fossili ha contribuito in maniera determinante alla crescita economica globale, ma sono altrettanto innegabili gli effetti negativi sull’ambiente e sullo sviluppo sociale e umano di alcuni Paesi. Intorno al petrolio, si è spesso diffusa una narrativa negativa, che si nutre di pregiudizi ideologici e di evidenze aneddotiche. Questa narrativa tende ad attribuire alle compagnie petrolifere internazionali un ruolo predatorio di sfruttamento post-coloniale e alla loro azione effetti deleteri ai danni dei Paesi produttori, specie in Africa. Le evidenze raccolte da più di 50 anni di analisi economiche indicano tuttavia che gli effetti negativi sono per lo più riconducibili alle politiche interne ai Paesi e agli squilibri nella distribuzione dei benefici.

Un esempio eccellente della narrativa in questione e dei conflitti che essa registra o contribuisce a generare è il noto progetto Opl 245, che ha visto i vertici dell’Eni sotto processo (conclusosi con l’assoluzione perché «il fatto non sussiste»), nell’ipotesi di associazioni corruttive con il governo nigeriano a spese della popolazione e del bene comune. Questo progetto, che interessa uno dei più grandi giacimenti di petrolio del mondo, ha attirato i clamori della cronaca perché le vicende controverse a esso collegato hanno per così dire cristallizzato alcuni elementi della narrativa più aspra. Questi riguardano tre punti specifici:

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1. Un presunto patto “predatorio” tra le società petrolifere (Eni e Shell) e i governanti nigeriani ;

2. L’iniquità del prezzo pattuito e della ripartizione dei benefici;

3.La sottrazione di risorse produttive all’economia nigeriana

Nello studio realizzato da OpenEconomics – una società di consulenza che affianca istituzioni e imprese, tra cui l’Eni, nella valutazione di politiche e progetti d’investimento, attraverso analisi dettagliate dei loro effetti economici, sociali e ambientali – questi punti sono stati esaminati in maniera approfondita, applicando la metodologia della valutazione di impatto. Questo tipo di valutazione, sempre più utilizzata dalle istituzioni multilaterali e indicata nelle recenti linee guida della Commissione europea come metodologia che i Paesi membri devono applicare per la selezione dei progetti da includere nei Piani di ripresa e resilienza, è basata su un’estensione dell’analisi costi-benefici attraverso una rappresentazione dettagliata dell’economia che tiene conto degli effetti diretti e indiretti dei progetti in un sistema di mercato.

I risultati dello studio, commissionato dalla stessa Eni, mostrano che il valore negoziato per il contratto di concessione era congruo e ragionevole. I benefici generabili dallo sviluppo del giacimento Opl 245 sarebbero stati significativi per il Paese e per il governo nigeriano. Non solo il Pil del Paese africano sarebbe aumentato di oltre 41 miliardi di dollari nell’arco di 25 anni di esercizio della concessione, ma benefici anche superiori sarebbero maturati attraverso gli incrementi di capacità produttiva generati dalle opportunità offerte dal progetto.

Al di là dei contenziosi internazionali a questo punto possibili, i risultati dell’analisi di OpenEconomics propongono argomenti ed evidenze empiriche contrarie alla narrativa corrente sulle famigerate international oil company (Ioc) come agenti di un capitalismo predatorio. Essi suggeriscono anche l’opportunità per le Ioc di sviluppare valutazioni congiunte dei progetti di investimento, affiancando i responsabili locali nella programmazione delle politiche di mitigazione e adattamento alla crisi attuale. Se una partnership proattiva di questo tipo fosse realizzata, i sospetti reciproci che derivano dalle informazioni asimmetriche dei governi e delle Ioc e da esperienze negative del passato potrebbero essere superate. Al tempo stesso, i conflitti attuali potrebbero essere risolti attraverso un programma comune di investimenti pubblici, in grado di riavviare la crescita secondo i principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale.

In questo contesto, l’Eni, più di altre compagnie petrolifere, appare nelle condizioni di svolgere un ruolo importante nel continente africano a supporto dell’economia dei Paesi, della transizione energetica e della sostenibilità, in virtù di un approccio tradizionalmente più collaborativo con i governi locali (eredità genetica e culturale della cosiddetta “Formula Mattei”), di un’attenzione e una gestione complessivamente efficace, sebbene migliorabile, dei rischi ambientali, e soprattutto di una strategia di sviluppo sostenibile e di lungo termine.

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