Strategie di crescita

Un modello tedesco da imitare con il nostro Pnrr

di Fabrizio Onida

(vegefox.com - stock.adobe.com)

3' di lettura

In vista del Recovery Plan (o Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr) che il governo Draghi si appresta a presentare a Bruxelles, un osservatore assai avveduto delle scelte di politica industriale come Stefano Firpo, che per anni è stato protagonista dall’interno del Mise del grande programma Industria 4.0 (poi ribattezzato Impresa 4.0, oggi Transizione 4.0), segnalava tempo fa («Il Foglio» del 2 febbraio 2021) l’urgenza di non disperdere i massicci fondi (prestiti e contributi a fondo perduto) destinati al settore privato all’interno delle prime due Missioni, distribuendoli a pioggia oppure assegnandoli a progetti velleitari.

Le prime due sul totale delle sei Missioni assegnate al Recovery Fund sono:

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1 Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura;

2 Rivoluzione verde e Transizione ecologica). Per accelerare efficacemente la transizione digitale ed ecologica delle imprese servirebbe condizionare l’erogazione di buona parte degli incentivi a espliciti progetti di aggregazione di imprese medie e piccole intorno a progetti innovativi di respiro europeo con precisi capofila.

Un apposito forum della Commissione europea dedicato ai cosiddetti Ipcei (Important projects of common European interest), dalla sua nascita nel settembre 2017 sta lentamente varando le proposte. Queste finora includono sia progetti ben mirati (come batterie, filiera dell’idrogeno, infrastrutture per i servizi cloud), sia progetti a spettro estremamente ampio come “microelettronica” che rischiano di incoraggiare proposte velleitarie come la gara mondiale per la produzione di semiconduttori.

Il recente rapporto Istat sui Conti economici delle imprese e dei gruppi di impresa (20 ottobre 2020) fornisce un dato eloquente per sottolineare l’importanza di incentivi all’aggregazione volti a combattere i noti limiti italiani del “nanismo” d’impresa. Limiti denunciati sempre più dalle massime autorità sia in casa nostra (Banca d’Italia, Istat, Mef) che a livello internazionale (tra cui Ocse, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale).

Questo rapporto Istat ci dice che oltre la metà del Pil (valore aggiunto nazionale) è generato da imprese industriali e di servizi appartenenti a gruppi e (dato interessante) nelle quali la produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto) risulta più che doppia rispetto alle imprese indipendenti. Solo il 3,5% delle imprese è organizzato in strutture di gruppo, ma occupa un terzo del totale degli addetti e produce il 59,3% del valore aggiunto. La dimensione media delle imprese appartenenti a gruppi è di 38,4 addetti contro una dimensione media del totale delle imprese di 3,9 addetti. Il Pnrr fornisce l’occasione per incentivare la formazione di gruppi d’impresa, non solo per favorire fusioni-acquisizioni e conseguente concentrazioni tra imprese minori.

In tema di aggregazione, va poi segnalato il sovraffollamento di iniziative ispirate al giusto obiettivo di promuovere il trasferimento tecnologico e lo sviluppo di “ecosistemi innovativi”, che sfocia nel varo – sospinto dall’irrefrenabile ambizione di bandiera campanilistica di presidenti e assessori di enti locali – di una miriade di agenzie locali chiaramente sottodimensionate per perseguire con efficacia il difficile compito di una più stretta collaborazione fra centri (non solo accademici) che producono ricerca scientifica e imprese che puntano ad alzare il contenuto tecnologico dei propri prodotti e servizi. Carmine Fotina («Il Sole 24 Ore» del 7 febbraio 2021) segnalava l’Atlante 4.0 del Mise e di Unioncamere, che menziona ben 630 centri per il trasferimento tecnologico e la transizione digitale, tra cui gli 8 competence center previsti da Industria 4.0 in aggiunta a 45 poli di innovazione preselezionati per il programma europeo Edih (European digital innovation hub).

Sarebbe utile cogliere l’occasione del Pnrr per avviare almeno il percorso per avvicinare l’Italia al modello tedesco (spesso citato, ma a torto considerato improponibile) della Fraunhofer Gesellschaft, società pubblica articolata in 74 centri sui diversi territori e comparti tecnologici, dotata di attrezzature e personale specializzato. Una massa critica che a sua volta si interconnette con decine di centri dedicati alla ricerca di base, a cominciare dagli 86 centri della società Max Planck. Diverse riforme passate del Cnr dai tempi di Marconi restano un fatto incompiuto, che forse il Pnrr dovrebbe riprendere in considerazione.

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