Opinioni

Un modernizzatore di cui è rimasto poco

di Andrea Goldstein

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4' di lettura

L’uomo, l’imprenditore, l’icona. A 60 anni dalla prematura scomparsa sul direttissimo per Losanna, è difficile parlare di Adriano Olivetti senza essere sovrastati dalla marea retorica che lo rappresenta scevro delle debolezze e vanità che abitano tutti gli umani e che ne fa il modello ideale dell’Italia che, secondo gli agiografi, sarebbe potuto essere e che mai fu per colpa degli altri, che non lo capirono.

Se certamente la vita dell’Ingegnere fu ricca, anzi ricchissima, di idee, relazioni, progetti, più che il puro lignaggio, che certo c’era, contribuì la grande curiosità verso il mondo. Quello vicino di una Torino intra-bellica in cui fiorivano, nel rigore e nella riservatezza, i cenacoli scientifici e umanistici, con una forte connotazione ebraica che non poteva che attirare Olivetti. Quello molto più lontano di una cultura americana positivista e restia a imporsi limiti, ma non ingenua, che combinava tecnologia e organizzazione, nella ricerca di un modello di produzione che sfruttasse pienamente le economie di scala senza produrre alienazione.

È dall’intreccio tra queste due sorgenti di valori ed esperienze che nasce l’originalità dell’imprenditore Olivetti. Originalità indubbiamente relativa, dato che in ogni momento e latitudine ci sono capi azienda che dedicano una parte importante delle proprie energie a costruire e gestire imprese che ambiscono a remunerare il capitale senza dimenticare la propria responsabilità sociale. Ma non c’è dubbio che in Olivetti ci fu un tentativo ancora più ambizioso in questo senso, data la grande dimensione del colosso eporediese, la leadership in un’industria importante, la proiezione compiutamente multinazionale, la consapevolezza intellettuale e politica di Adriano. Qui gli esempi abbondano, dalle condizioni salariali e di welfare aziendale molto al di sopra della norma nel comparto metalmeccanico, all’attenzione sincera per l’estetica al servizio dei prodotti e delle fabbriche (anche quelle all’estero, come lo stabilimento argentino di Merlo, progettato da Marco Zanuso) e ovviamente gli interventi di pianificazione dei territori in cui Olivetti operava – il Canavese in primis, ma anche Matera e non solo. Sotto traccia si rinviene costantemente la prospettiva glocal, l’attenzione a migliorare ciò che è prossimo, ricorrendo ove opportuno all’eccellenza assoluta, ovunque essa sia reperibile.

Olivetti partecipò alla modernizzazione del Paese, ancora giovane e ottimista, con una molteplicità di iniziative che in qualche modo possono essere definite di natura imprenditoriale. È il caso in particolare di Comunità, con la sua duplice manifestazione, editoriale e politica. Varie le incursioni nel business dei giornali, dalla rivista Urbanistica al settimanale L’Espresso (in questo caso non assecondò il desiderio di Benedetti e Scalfari di farne un quotidiano). Nell’ambito formativo, dalla non facile collaborazione con Vittorio Valletta e la Fiat nasce l’Ipsoa. Fondamentali i legami internazionali, soprattutto con gli Stati Uniti e in particolare con la Ford Foundation. Servono a infondere nuove energie a un ecosistema intellettuale e culturale che, malgrado l’entusiasmo del boom, resta da sprovincializzare.

Ogni anniversario olivettiano è buono per ricordare tutti questi indubbi meriti. Immancabili sono gli accenni al dibattito contemporaneo sul capitalismo della conoscenza e sulla finalità ultima del fare impresa – il profitto senza se e senza ma, oppure il benessere collettivo? Frequenti i rimandi alla storia della grande impresa in Italia, che non c’è più, o quasi. Tutto legittimo, evidentemente, ma va detto che non solo poco è rimasto, ma che a onor del vero neanche tantissimo venne realizzato concretamente.

L’Olivetti non esiste più (per quanto il marchio resti conosciuto, per esempio usato a Melbourne come insegna di un bar molto hipster), per mille ragioni, molte delle quali nulla hanno a che vedere con Adriano. Che però lasciò l’azienda non solo orfana e priva di un piano di successione (pur essendo stato vittima di un infarto nel 1960), ma anche alle prese con un’operazione trasformativa come l’acquisizione di Underwood. Un salto verso un avvenire radioso, a stelle e strisce, che si dimostrerà un salto nel vuoto, in parte perché l’Olivetti stessa era un gigante con qualche debolezza strutturale. Forse l’hubris illuse Adriano, come ha fatto con altri mattatori della scena imprenditoriale?

Sul fronte della politica e delle politiche, il bilancio è ugualmente in rosso. La fiamma del Movimento di Comunità non è stata ripresa da nessuno – ed è difficile pensare cosa voterebbe oggi Adriano, che, insoddisfatto di figure come De Gasperi, Togliatti e Nenni che ci paiono giustamente sontuose rispetto allo squallore odierno, fondò il proprio partito. In questi giorni di psicosi, meglio non discutere di classe dirigente e di programmazione, due crucci di Adriano.

Per quanto riguarda le istituzioni, spunti profondi vengono dalla rilettura di uno degli autori chiave delle Edizioni di Comunità, Max Weber, di cui nel 1961 fu pubblicato Economia e società. Nei cinque testi, il sociologo tedesco costruisce una teoria generale dell’economia politica a partire dai concetti di comunità, comunità religiose, diritto, dominio e città. Temi su cui Adriano intervenne, sia intellettualmente, sia nella pratica, registrando successi e insuccessi, ma non perdendo mai la volontà e la determinazione per ripartire.

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