Università e società

Un mondo che cambia richiede nuovi modi di studiare l’economia

di Sergio Gatti

3' di lettura

Èappena finita un’estate nella quale abbiamo visto – con velocità e intensità sempre maggiori – città allagarsi, boschi bruciare, ghiacciai sciogliersi. Il virus muta e scarta di lato, ma è frenato dalla diga vaccinale. Ci sono ancora alcuni miliardi di persone da proteggere (il G20 Salute di Roma si è impegnato a vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021). Quale economia insegnare in questo contesto? Quale approccio culturale, quali contenuti e quale didattica proporre ai giovani che frequentano il primo anno di Scienze economiche? Come evitare che chi si laurea in questi mesi lo faccia senza essere indotto a ragionare attorno a un set di grandi questioni, a un orizzonte di pensiero in sintonia con il passaggio d’epoca che viviamo? Come assicurarsi che le business school non propongano schemi di analisi e intervento di ieri, tenendo artificialmente separati la crisi climatica, economica, sanitaria, sociale quando tutto è in relazione e sono evidenti i legami tra degrado ambientale, cambiamenti climatici, fenomeni migratori, tensioni sociali? «È urgente riscrivere i manuali di economia», sostiene l’economista Elwin Sarr, autore con Gael Giraud di L’economia indisciplinata (Emi, 2021). E spiega: «Quando arrivano, al primo anno di università, i nostri studenti hanno una visione del mondo spontanea, quella che chiunque (non specialista) può avere e che è costruita sulla base di un’esperienza implicita della sovrabbondanza, della generosità. Poi, con tre o quattro anni di lavaggio del cervello microeconomico, ci sono studenti che diventano “cattivi”, egoisti, calcolatori, che finiscono per somigliare alla finzione dell’Homo oeconomicus. Prendono alla lettera l’antropologia che viene loro inculcata in maniera normativa, evidentemente senza esercizio critico».

La visione di Sarr è indubbiamente radicale. Vale la pena di cogliere il contributo generativo della sua provocazione. Perché la questione va posta. Troppe le novità. Abbiamo assistito alla sospensione del patto di stabilità e crescita, a forme impensabili fino a 18 mesi fa di mutualizzazione del debito futuro per finanziare programmi come il Next generation Eu. È cresciuta la consapevolezza che senza cooperazione non si combatte la pandemia, non ripartono le scuole, gran parte delle attività produttive, la vita relazionale. Osserviamo una benefica crescita del Pil, anche se sappiamo che quel metro già prima non riusciva, e ancor meno oggi, a misurare dinamiche decisive dell’esistenza personale e collettiva.

Loading...

E poi la salute del pianeta. Per combattere il cambiamento climatico non esistono vaccini. Raggiungere gli obiettivi proposti ai cittadini europei di ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro nove anni significa attivare un ciclopico riposizionamento di attività produttive, competenze nel lavoro, modi di muoversi e viaggiare, stili di vita personali, familiari, collettivi: scelta del cibo, energia, consumi, abitazioni, dove investire i risparmi. Occorrono classi dirigenti, piccoli e grandi decisori, imprenditori e manager formati o aggiornati in modo adeguato. Il traguardo della neutralità climatica per il 2050 è “rivoluzionario”: come non rivedere approcci, contenuti, programmi e metodi degli insegnamenti di master, università e scuole superiori (tutte)?

Sarr e Giraud ritengono fuori tempo l’economia di approccio neoclassico, “che va per la maggiore nelle università”. Le conoscenze economiche e il bagaglio di policy e di soluzioni che ne derivano sembrano imprigionate in schemi troppo lineari. Cosa fare? L’economia insegnata ai tempi della pandemia e delle transizioni è uno dei temi del terzo Festival nazionale dell’Economia civile che si terrà a Palazzo Vecchio a Firenze da domani al 26 settembre (e che avrà per tema “Alla ricerca di senso”). Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi (docente di economia) si confronterà con Elena Beccalli (preside di Scienze bancarie alla Cattolica), Elena Granata e Luigino Bruni, urbanista la prima, economista il secondo, rispettivamente vicepresidente e presidente della Scuola di economia civile. Verranno proposte nuove piste di lavoro, si discuterà della questione educativa. Ma il Festival di Firenze darà spazio anche a chi costruisce ex novo, ripara le ferite, ricuce gli strappi. Ascoltando quel che avviene nei territori dove imprese, scuole, amministrazioni locali si mobilitano. Spesso in silenzio. Cercando un senso – o dando nuovo senso – a ciò che progettano e realizzano.

L’Economia civile, incardinata sui quattro pilastri elaborati nel ’700 da Antonio Genovesi (titolare a Napoli della prima cattedra di economia in Europa) – fiducia, mutualità, felicità pubblica, bene comune – interroga i portatori di responsabilità e di interessi. Dal basso verso l’alto e viceversa. La Carta di Firenze dell’Economa civile lanciata un anno fa davanti al Presidente Mattarella fissa otto punti con obiettivi di bene comune e qualche parametro controcorrente.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti