Interventi

Un nuovo approccio all’innovazione aziendale: il deep tech

di Alvise Bonivento

3' di lettura

Sempre più spesso si sente parlare dell'importanza del cosiddetto “deep tech” per il rilancio della competitività delle nostre aziende e più in generale del sistema paese.
Le sue potenzialità sono già chiare e in parte hanno iniziato a dare qualche frutto. Secondo Boston Consulting Group (“Deep tech: the great wave of innovation”) gli investimenti in deep tech sono passati da 15 miliardi di dollari nel 2016 ad oltre 60 miliardi di dollari nel 2020 ed entro il 2025 le stime parlano di risorse destinate a triplicare, raggiungendo quota 200 miliardi di dollari.
Anche se non esiste una definizione rigorosa di deep tech è ormai prassi comune intenderlo come quella tipologia di progetti che sono in grado di abbinare la soluzione di rilevanti problemi tecnologici (enabling technologies) alla capacità di creare prodotti innovativi in grado di trovare uno spazio sul mercato facendo leva proprio sulla core technology per ottenere un vantaggio competitivo.
Quando si guarda in ambito di start up innovative, sono qualificabili “deep tech” per esempio quelle che si occupano di diagnostica oncologica di ultima generazione, come la biopsia liquida, o di nuove soluzioni in ambito automotive per la sicurezza, fino all'ambito del quantum computing dove, nonostante un significativo livello di competenze diffuso nel nostro paese, ancora non siamo riusciti a creare una massa critica di progetti industriali all'avanguardia come invece sta accadendo in altri paesi europei come UK, Francia e Germania in primis.
Le motivazioni dietro alla rilevanza del deep tech sono principalmente legate alla centralità di questo settore all'interno delle nuove sfide industriali che saranno cruciali nei prossimi decenni come ad esempio quelle legate alla sostenibilità green dei sistemi economici e sociali, della diagnosi precoce di malattie, delle terapie personalizzate, ma anche alla capacità di estrarre valore dalla grande mole di dati che siamo in grado di registrare grazie alla sempre maggiore diffusione del Internet Of Things (IoT) e dei paradigmi di Industry 4.0 e Smart Cities.
Nonostante verticali diversi abbiano diverse specificità, ci sono alcuni elementi che accomunano questo tipo di progetti. Tra questi una rilevante componente di ricerca di base, la necessità di investimenti importanti, e spesso un time to market più dilatato rispetto a progetti esclusivamente digitali. In questo contesto è chiaramente essenziale il contributo pubblico per lo sviluppo, almeno in una fase iniziale dove il rischio di progetto è ancora troppo elevato per poter attrarre capitali privati. Storicamente, nel nostro paese, questo è avvenuto attraverso programmi finanziati sia a livello locale, sia nazionale, sia europeo, ma nell'ultimo periodo questi sforzi stanno aumentando grazie anche a nuove forme di collaborazione pubblico /privato come ad esempio il lancio di diversi fondi di investimento da parte di CDP o il focus presente nel PNRR su questi temi.
Sebbene questi sforzi, il nostro paese è ancora lontano dalle best practice europee come dimostra un recente report di Dealroom.co che testimonia come nel periodo dal 2015 al 2020 gli investimenti di Venture Capital in start up deep tech nel nostro paese sono stati complessivamente nell'ordine dei 500mln di euro, contro gli oltre 5mld di Francia e Germania e oltre 12mld del Regno Unito.
Questa tipologia di progetti rappresenta una grande opportunità per gli investitori di Venture Capital: in primis perchè i progetti deep tech, proprio per la loro caratteristica di tecnologia abilitante, non hanno sempre la necessità di essere immersi in un importante mercato consumer, come per esempio accade in ambito digitale dove le iniziative tendono a partire da mercati omogenei quali gli USA o metropoli rilevanti quali Londra. Considerando anche che storicamente in Italia abbiamo una dimostrata capacità di creare know how e talenti sia in campo scientifico che tecnologico, ne consegue che il nostro paese ha una grande opportunità per ricavarsi un posizionamento rilevante, quanto meno a livello europeo, su questo settore.
Tuttavia, per poter far crescere queste iniziative e catturare queste opportunità, è necessario non avere fretta ed essere investitori pazienti, imprenditoriali oltre che qualificati. Pazienti, perché sono progetti che generalmente richiedono più tempo per maturare, e spesso anche più round di finanziamento in funzione del progressivo raggiungimento di milestone di sviluppo. Imprenditoriali, perché implicano un livello di rischio superiore alla media. Qualificati, perché la capacità di riconoscere il carattere distintivo di un progetto ad alto contenuto tecnologico nelle sue fasi iniziali, quando non ha ancora avuto riscontri di mercato, richiede attitudini e competenze specifiche che non possono solo essere demandate ad advisor esterni, ma devono essere nel DNA dell'investitore. Solo così un venture capital sarà in grado di portare un contributo fattivo alla start up ed aiutarla nel suo sviluppo per diventare un leader del settore.

co-fondatore di Indaco Venture Partners Sgr

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