Musica

Un nuovo auditorium per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Acustica da migliorare per la nuova Sala Zubin Mehta

di Francesco Ermini Polacci

2' di lettura

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dispone di un nuovo auditorium. Si chiama Sala Zubin Mehta, e a Zubin Mehta, 85 anni finiti e un'energia indomita, è spettato il compito di inaugurarla, dirigendo l'Orchestra e il Coro del Maggio in ben tre appuntamenti l'uno di seguito all'altro. Sinfonico-corali i primi due, con programmi rimodulati all'ultimo: Settima Sinfonia di Beethoven, chiesta espressamente dal Presidente Mattarella (presente nella serata inaugurale), al posto di Divina Commedia di Luca Francesconi, brano appositamente commissionato e poi sparito nel nulla; Messa di Gloria di Puccini e, nel secondo concerto, il monumentale Te Deum di Bruckner.

Acustica

Pagine che rivelano quanto sull'acustica della nuova Sala, magnificata a parole, ci sia ancora un po' da lavorare, soprattutto nel cercare i giusti equilibri fra le fonti sonore: la resa è fin troppo generosa, in Puccini il Coro tende a soverchiare l'orchestra, se c'è un fortissimo ogni identità sonora va persa. Abbondanti sono del resto le sonorità chieste da Mehta, che colloca la giovanile Messa di Puccini in una dimensione teatrale, quasi da opera, e che struggente accompagna i bravi solisti di canto, il tenore Benjamin Bernheim e il baritono Mattia Olivieri.

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Te Deum di Bruckner

Grandioso e solenne, come dev'essere, risuona il Te Deum di Bruckner, con bella risposta del Coro e valida prova del quartetto dei solisti (oltre a Bernheim, Elisabet Strid, Marie Claude Chappuis e Franz-Josef Selig). Ma ad imporsi è la Settima di Beethoven: salda e compatta, non conosce esitazioni, ed ha un finale carico di tensione. Per la terza serata inaugurale, arriva l'opera, il Fidelio di Beethoven: ma siccome la buca d'orchestra non è ancora pronta, i professori del Maggio suonano sul proscenio, e il regista Matthias Hartmann imbastisce un semi-spettacolo fatto di pochi mezzi e curato nella recitazione. I cantanti agiscono così sul golfo mistico rialzato, e sono formidabili: Lise Devidsen, applauditissima, è una Leonore immedesimata e dalla possente voce fluviale, Tomas Konieczy rende Pizzarro con feroce espressività, Franz Josef Selig dà a Rocco una calorosa umanità, Klaus Florian Vogt è un Florestan dal timbro luminoso; ci sono poi la gradevole Marzelline di Francesca Aspromonte e il disinvolto Jaquino di Luca Bernard.

Mehta dà a Fidelio una robusta pienezza sinfonica. Peccato per lo scivolone finale: il ministro Fernando (il bravo Birger Radde) entra in scena come un politico piacione, che dispensa strette di mano e si fa fotografare con i prigionieri moribondi, circondato da una folla in abiti sgargianti e lustrini. Ma l'ironia a Fidelio non s'addice.

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