Opinioni

Un nuovo dialogo tra Occidente e mondo islamico

Il dibattito dovrebbe avvenire coinvolgendo la gente comune e non limitandosi all’élite

di Mohamed ElBaradei

(EPA)

4' di lettura

Il 2020 ha dimostrato, ancora una volta, che il rapporto tra Occidente e mondo arabo e musulmano continua a essere nebuloso e complicato dal persistente ricordo di colonizzazioni, guerre e atrocità che risalgono alle Crociate e, in epoca moderna, alla guerra d'indipendenza dell'Algeria dalla Francia e alle recenti guerre in Afghanistan e Iraq.

Si tratta di un rapporto viziato dal sospetto, dalla sfiducia e dal risentimento da parte di molti (se non la maggior parte dei) musulmani, così come di molti occidentali. La scarsa conoscenza che entrambi i soggetti di questa relazione hanno delle rispettive culture non si presta a una comprensione reciproca – una triste realtà su cui gli estremisti (ancora una volta di entrambe le parti) fanno cinicamente leva.

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Varie iniziative recenti hanno cercato di promuovere il dialogo interculturale e favorire una comprensione più profonda tra civiltà e culture diverse, in particolare quelle islamica e occidentale. Purtroppo, tali sforzi, che annoverano la creazione dell’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite nel 2005, sono rimasti pressoché circoscritti alle persone più istruite e, malgrado il loro impegno, non hanno avuto alcun impatto tra la gente comune. Al contrario, qualunque attacco o affermazione estremista riesce a sopraffare queste iniziative e a rinforzare la percezione di due culture antitetiche imprigionate in un conflitto inevitabile e immutabile.

Il rinnovato scalpore suscitato di recente in Francia da alcune vignette sul profeta Maometto, e le scioccanti atrocità che sono seguite, sono una chiara dimostrazione del profondo divario culturale che continua a offuscare le relazioni tra Islam e Occidente. Perché tali vignette hanno nuovamente esacerbato questa spaccatura? I musulmani religiosi hanno percepito queste caricature da un punto di vista strettamente religioso, e la rabbia e l’indignazione che ne sono scaturite si sono estese a tutto il mondo islamico, dal Nordafrica all’Indonesia.

Per molti musulmani le immagini rappresentavano un altro feroce e deliberato attacco ebraico-cristiano contro l’Islam, una continuazione delle Crociate con l’ausilio di altri mezzi. Perché, si domandano alcuni, gli attacchi all’Islam e ai suoi simboli sacri sono permessi, o addirittura incoraggiati, mentre criticare Israele o negare l’Olocausto è considerato antisemita e addirittura punibile dalla legge? Allo stesso modo, perché la bandiera e l’inno nazionale della Francia sono protetti dal reato di oltraggio, mentre il simbolo più venerato della fede islamica non lo è? D’altra parte, molte persone in Occidente hanno giudicato le decapitazioni avvenute in Francia e le precedenti e successive barbare uccisioni di civili innocenti in alcune città europee come un aperto attacco alla cultura e al modo di vivere occidentali da parte di “terroristi islamici”.

Questi atti infami, affermano, sono un attacco rivolto ai valori e alle libertà che definiscono l’Occidente. In seguito a questi fatti, la percezione da parte dell’opinione pubblica dell’odiosità delle vignette è diminuita. Con il presidente francese Emmanuel Macron in prima linea, i leader occidentali hanno caldeggiato una risposta forte e decisa ai recenti omicidi perpetrati in Francia. Anche se la stragrande maggioranza dei musulmani ha sempre negato che dei sanguinari estremisti possano rappresentare la loro fede, questi tragici eventi hanno fornito l’ennesima opportunità ad alcuni esponenti di entrambi i fronti di guadagnare consensi politici e promuovere i loro ristretti obiettivi. Mentre alcuni erano dell’opinione che l’Islam necessita di una riforma, altri sostenevano che la soluzione è limitare l’immigrazione musulmana verso l’Europa – una linea d’azione strombazzata, non a caso, dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump. Come risposta, alcuni musulmani vogliono che tutti i musulmani rievochino il Califfato, un’epoca in cui il mondo islamico era unito e potente.

La verità è che tra le due culture vi sono profonde differenze filosofiche riguardo al significato e al campo di applicazione delle libertà di espressione e di culto. La cultura laica occidentale ha una visione espansiva di queste libertà, che considera come la massima garanzia contro l’oppressione e l’autoritarismo. L’Occidente, pertanto, privilegia la libertà di espressione rispetto alla sacralità del credo religioso, ritenendo quest’ultimo un insieme di idee che, come qualunque idea, dovrebbe essere aperto alla critica e persino allo scherno.

La cultura islamica, al contrario, considera le credenze religiose come sacrosante e al di sopra dei discorsi mondani, e ritiene l’irrisione di qualunque convinzione o simbolo religioso abramitico come un attacco rivolto a tutto ciò che per i musulmani è sacro. Le difficili transizioni politiche e sociali in atto in gran parte del mondo islamico implicano il bisogno da parte di molti musulmani di basarsi ancora di più sulle certezze della propria fede per controbilanciare i rapidi cambiamenti che avvengono nel mondo. Non sono disposti a tollerare un attacco all’unica costante, nella loro vita, che offre loro conforto, speranza e un senso autentico.

Di fronte agli sconvolgimenti, alla confusione e alla polarizzazione del mondo di oggi, l’ultima cosa di cui sia la civiltà islamica sia quella occidentale hanno bisogno sono nuovi motivi di divisione e di conflitto. Ciò che invece servirebbe davvero è un dialogo di ampio respiro tra le due culture che metta sul tavolo tutte le questioni controverse, con la speranza di pervenire a una comprensione autentica delle reciproche prospettive, riducendo così il divario che le separa. Qualunque sia l’esito finale, l’obiettivo di entrambe le parti dev’essere quello di trovare insieme una soluzione basata sul mutuo rispetto e sull’autocontrollo che tenga conto delle particolari sensibilità di ciascuna cultura.

Ma perché abbia successo, qualunque tentativo di dialogo dovrà affrontare di petto la questione più ampia alla base della crisi recente, cioè la diffidenza tra le due culture. Il dibattito, pertanto, dovrebbe avvenire coinvolgendo la gente comune e non limitandosi all’élite. E dovrebbe inquadrare l’impegno interculturale non come un inevitabile scontro di civiltà, bensì come un’opportunità essenziale per cercare un accomodamento reciproco. Solo cambiando la percezione e la mentalità in tal senso sarà possibile costruire una vera partnership tra pari tra l’Islam l’Occidente.

(Traduzione di Federica Frasca)

Premio Nobel per la pace.

Copyright: Project Syndicate, 2020.

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