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Un nuovo ecosistema efficiente e sicuro per i contratti bancari

Qualche giorno fa Banca d’Italia, Università Cattolica del Sacro Cuore e Università degli Studi di Roma Tre hanno sottoscritto un Protocollo di intesa

di Maddalena Rabitti e Antonella Sciarrone Alibrandi

(Bloomberg)

3' di lettura

Qualche giorno fa Banca d’Italia, Università Cattolica del Sacro Cuore e Università degli Studi di Roma Tre hanno sottoscritto un Protocollo di intesa per avviare un’attività congiunta di ricerca applicata avente a oggetto la messa on chain di contratti bancari.

Il Protocollo si colloca nel solco tracciato dalla Comunicazione della Banca d’Italia dello scorso giugno in materia di tecnologie decentralizzate nella finanza e cripto-attività, di cui costituisce una prima concretizzazione non di scarso rilievo sia per contenuto che per metodo adottato.

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Infatti, la definizione di standard condivisi e linee guida aventi a oggetto le caratteristiche degli smart contract, ovvero dei protocolli informatici attraverso cui i contratti bancari (come anche finanziari e assicurativi) vengono rappresentati, risulta oggi un’attività strategica e indifferibile per rendere il nostro Paese sempre più attrattivo per operatori e investitori, che chiedono un ecosistema efficiente, moderno e al contempo in grado di garantire livelli elevati di sicurezza e inclusività.

Nell’ottica di sfruttare le potenzialità insite nei modelli di partenariato tra settore pubblico, accademia e operatori privati, il diretto coinvolgimento di Banca d’Italia sin dalla fase iniziale del progetto è molto apprezzabile, consentendo di orientare l’intero ecosistema finanziario verso prassi che garantiscano un livello di tutela adeguato alla salvaguardia del mercato.

Il gruppo di lavoro di cui siamo referenti accademiche si propone innanzitutto di indagare, con approccio interdisciplinare giuridico-tecnologico, le caratteristiche delle infrastrutture a registro distribuito (Dlt) e delle blockchain maggiormente utilizzate dagli operatori finanziari, come pure i connotati di smart contract già in uso. Tale analisi è funzionale a valorizzare soluzioni compatibili con il perseguimento dei tradizionali obiettivi della regolazione finanziaria (quali la tutela dell’integrità e della stabilità dei mercati) e il mantenimento di adeguate forme di sorveglianza rispetto a un fenomeno che coinvolge, oltre ai soggetti vigilati, fornitori tecnologici e sviluppatori di algoritmi. Per usare un’espressione calcistica, ciò significa passare dalla marcatura a uomo (vigilanza per soggetti) alla marcatura a zona (l’oversight già ben conosciuto nel sistema dei pagamenti).

Per tracciare un modello regolatorio di riferimento per Dlt e smart contract finanziari, è necessario però anche allargare lo sguardo al diritto generale dei contratti per verificarne lo stato dell’arte quanto a regolazione dei dispositivi tecnologici in discorso.

Sotto questo profilo, il nostro ordinamento aveva esordito con una tempistica adeguata introducendo già nel 2019 una disciplina degli smart contract, innovativa riguardo a forma scritta e data certa. Senonché, il completamento di tale disciplina richiedeva l’individuazione di alcuni standard tecnici che sono stati demandati alle linee guida dell’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) da adottarsi entro 90 giorni. In realtà, a distanza di oltre tre anni, gli standard tecnici in discorso fanno ancora difetto, con un conseguente forte pregiudizio che deriva al nostro Paese dall’assenza di una norma-guida in ordine ai criteri distinguere, tra le tecnologie basate su registri distribuiti, quelle in grado di produrre un’equivalenza con “forma scritta e data certa”. Al riguardo, la delicatezza della questione e il tempo trascorso dall’emanazione della legge di conversione suggeriscono l’opportunità di ripensare in toto alle regole in discorso, riflettendo su come individuare nel modo più efficace le caratteristiche tecnologiche delle Dlt che si intendono assoggettare alla disciplina innovativa. Una simile perimetrazione non violerebbe il principio di neutralità tecnologica, nella misura in cui tali caratteristiche siano necessarie e sufficienti a tutelare gli interessi in gioco.

Sempre in prospettiva generale, la definizione di specifici casi di studio nell’ambito delle attività oggetto del Protocollo servirà anche a valutare la tenuta dei contratti on chain rispetto alle norme sulla protezione dei dati, alla disciplina di tutela del consumatore e alle regole di cybersecurity.

La partecipazione al Protocollo è aperta ad altre istituzioni ed enti pubblici e privati, nazionali e internazionali, con l’obiettivo di ampliare l’area di interesse verso un percorso promettente, in grado anche di accrescere lo spessore e l’autorevolezza del contributo che il nostro Paese offre nelle sedi di coordinamento internazionali.

Maddalena Rabitti, Università di Roma Tre
Antonella Sciarrone Alibrandi, Università Cattolica del Sacro Cuore

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