REPORTAGE

Un nuovo Kosovo è la nostra missione

Un Paese fragile e diviso che tra pochi giorni torna ancora al voto. Ma c'è chi, tra i giovani, continua a impegnarsi per il cambiamento

di Marina Lalovic

2' di lettura

«Ho sempre voluto andarmene da qui, ma qualcosa ogni volta mi tratteneva. Come se avessi un lavoro, una missione ancora da fare». Zana Syla, 26 anni, è una delle direttrici di Mediation Center, unica Ong a Kosovska Mitrovica che ha due presidenti a rappresentare in maniera paritetica entrambi i popoli del Kosovo. Mediation Center si occupa di consulenza legale, l'aspetto più complicato in un Paese dove questi due popoli non parlano – letteralmente – la stessa lingua. Zana aveva 18 anni quando ha attraversato per la prima volta il ponte sul fiume Ibar, quello che separa la città, uno dei tanti simboli (assieme alle bandiere serbe, russe, americane e albanesi) che marcano la divisione in un territorio ancora lacerato dal conflitto. Fino ai suoi 18 anni, Zana pensava all'altra parte come al nemico.

«Quando ho iniziato a lavorare con le persone della parte serba della città, mi sono resa conto che loro avevano le stesse mie preoccupazioni. Ovvio, non ci tiriamo più le bombe l'uno contro l'altro. Ma c'è un mutuo sentimento di diffidenza. Il nostro compito è di decostruire gli immaginari che si sono creati negli anni, per concentrarci sui nostri standard di vita, che è ciò di cui dovremmo preoccuparci tutti. Qui siamo manipolati della stessa classe politica di 20 anni fa, a Belgrado come a Pristina».

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Chi tornerebbe oggi in un Paese di un milione e 800mila abitanti, grande come l'Abruzzo, dove ci vogliono diversi passaporti e targhe della macchina per circolare? Dove si ha la sensazione che il tempo si sia fermato 20 anni fa, con la fine della guerra del 1999. Dove sui muri è ancora possibile leggere graffiti come: «Per questo Paese vale la pena morire?».

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