analisiAsia e Oceania

Un nuovo leader per la Quarta rivoluzione industriale

dial nostro corrispondente Stefano Carrer

Moon Jae (Epa)

3' di lettura

Questa volta non solo gli el0ettori sudcoreani, ma i mercati finanziari hanno votato verso sinistra: l’affermazione del “liberal” Moon Jae-in è stata preceduta – con lui già in netto vantaggio nei sondaggi – da ripetuti record storici della Borsa di Seul, a dispetto del recente aggravamento delle tensioni geopolitiche. Un trend variamente giustificabile ma che appare legato anche a un voto di fiducia verso la prossima “Moonenomics” che dovrebbe assecondare i segnali di recupero dell’economia evidenziati dall’espansione oltre le attese del Pil del primo trimestre e dal balzo delle esportazioni (+24% in aprile). Così la nuova presidenza si avvia tra grandi attese e sfide insidiose.

Sul piano politico, le valutazioni degli analisti sono divergenti. C’è chi ritiene che Moon sia il presidente adatto a cercare di evitare che le tensioni regionali vadano fuori controllo e chi paventa invece una eventuale linea morbida verso Pyongyang che cozzi contro gli orientamenti dell’Amministrazione Trump. Su un punto gli interessi degli investitori internazionali e le promesse di Moon coincidono: la promozione di riforme presso i grandi chaebol nel segno di una maggiore trasparenza e una migliore corporate governance, accompagnata al taglio dei rapporti collusivi con la politica. Elementi, questi, che significano più tutele per gli azionisti di minoranza. Non è un caso che i record di Borsa siano stati trainati da Samsung: non solo per i buoni risultati finanziari, ma per le aperture verso i soci minoritari. Anche se il colosso tecnologico non intende assecondare le richieste di alcuni fondi attivisti che vorrebbero la creazione di una struttura di holding, su altri fronti – dal dividendo al riacquisto o annullamento di azioni proprie – il cambio di passo nella gestione aziendale appare già evidente.

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Moon appare a molti ben posizionato anche per cercare di ricucire i rapporti con la Cina, messi in crisi dall’accelerato dispiegamento del sistema antimissilistico americano THAAD. In proposito, pochi credono che Moon voglia rimuoverlo, ma uno sforzo per placare la collera cinese avrebbe probabili effetti economici positivi: basti pensare che il semi-boicottaggio cinese in corso ha provocato un crollo dei turisti esteri e un calo complessivo del 65% delle vendite mensili di auto Hyundai e Kia in Cina. Secondo Lee Sun-hwa della Hi Investment and Securities, poi, «queste elezioni finiranno per dare una spinta alla fiducia dei consumatori, in anticipazione delle politiche della nuova amministrazione», dopo il prolungato stallo istituzionale provocato dall’impeachment della Park.

A differenza di candidati nelle precedenti elezioni, Moon Jae-in non si è focalizzato sulla presentazione di obiettivi macroeconomici poi rivelatisi fantasiosi, ma su questioni più specifiche, salvo l’enfasi sulla promozione della cosiddetta Quarta Rivoluzione industriale: per pilotarla, ha annunciato la costituzione di un comitato presidenziale sotto un piano denominato “21st Century New Deal”. A parte la riforma dei chaebol, alcune misure promesse appaiono vicine a una manovra di stimolo dell’economia, dal rialzo delle pensioni minime all’assunzione di 12mila nuovi dipendenti pubblici. Per contro, Moon appare aperto all’idea di un rialzo della corporate tax (scesa dal 25 al 22% sotto Lee Myung-bak), ma non è sicuro che succederà. Uno dei problemi sta nei dati segnalati dalla Korea Chamber of Commerce, secondo cui le imprese sudcoreane stanno ormai promuovendo crescita e posti di lavoro più all’estero che in patria: l’aumento del Pil non comporta più necessariamente una maggiore creazione di posti di lavoro. Ad ogni modo, il punto importante è che gli investitori salutino favorevolmente il ripristino di un governo nella pienezza dei suoi poteri e l’affievolirsi dei venti verbali di guerra che, tra l’altro, hanno portato alcune aziende italiane a disertare la partecipazione a fiere a Seul. Dice l’ambasciatore Marco della Seta: «Il messaggio mio ma anche quelli di tutti i colleghi europei è: business as usual. Non ci sono motivi per rimandare o cancellare visite di lavoro o di turismo».

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