Societa

Un nuovo modello di selezione delle élite

di Carlo Carboni

(Danilo Rizzuti - stock.adobe.com)

4' di lettura

La metafora Censis dell’Italia come una ruota quadrata che non gira e che richiede un enorme sforzo per tornare a farlo, appare amaramente azzeccata. La pandemia è fenomeno globale che ovunque ha portato morte e ribaltoni socio-economici ed esistenziali. Tuttavia, nel nostro Paese assume i toni di una super-crisi, perché l’Italia era già in difficoltà prima che il nuovo coronavirus iniziasse a scorrazzare per la penisola, amputando parte della nostra vita. Tutti i vecchi nodi politici, economici e sociali sono venuti al pettine. L’Europa ci dà una mano, ma dobbiamo produrre uno sforzo progettuale, organizzativo e realizzativo forse paragonabile alla ricostruzione del dopoguerra. Si tratta di ri-immaginare il Paese e il suo sviluppo, eliminando quei difetti che hanno reso la ruota quadrata.

Idee strategiche sul da fare ne circolano e anche il Censis, nel suo 54esimo Rapporto, ne ha messe in campo per arginare gli effetti socioeconomici pandemici: ripensare il sistema fiscale, incentivare le imprese per tornare sul sentiero della crescita, affrontare questioni urgenti come le disuguaglianze territoriali, la sanità, la scuola, il lavoro. Non manca neppure la consapevolezza che con le risorse europee dovremmo dare una robusta sterzata al nostro modello di sviluppo in direzione ambientale e digitale, per mille motivi ampiamente dibattuti anche su questo giornale. Rimettere sulla giusta carreggiata l’Italia di oggi richiede lavoro, coraggio e determinazione, non tanto per contrastare la discontinuità che si è creata con la pandemia e che tutti temiamo, sperando in un rapido ritorno al passato pre-pandemico. Si tratta piuttosto di dare senso a questa discontinuità, cambiando registro per migliorare. La ragione non serve solo a comprendere l’accaduto e trovare soluzioni del momento, ma anche a dare un senso agli eventi per migliorare la strategia.

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Eppure, nonostante le analisi accurate della situazione del Paese portino alla direzione obbligata del rilancio, la classe dirigente italiana, china a trattare le emergenze giornaliere, sembra confusa e riluttante, incapace di presentare il bicchiere mezzo pieno, inadatta ad alimentare una cultura della resilienza e del cambiamento, inadeguata a spronare e trascinare il Paese in un nuovo percorso. Questi timori sono confermati in questi giorni dall’orientamento, almeno in apparenza, maggioritario nel Parlamento d’escludere la possibilità di ricorrere al controverso Mes. «La Mes è finita» è una battuta divertente di Grillo che impatta l’emotività, ma certo non è un grande ragionamento. L’Italia sta pagando un tributo di morti per il Covid, in proporzione, tra i più elevati al mondo e questo non è dovuto solo alla vulnerabilità della popolazione longeva e invecchiata. Il Giappone, a esempio, con popolazione in media più anziana della nostra, presenta un tasso di letalità incomparabilmente più basso e altrettanto si può affermare della Germania.

La differenza la fanno una mentalità organizzativa migliore e un sistema sanitario più efficace. Al contrario, in Italia, oltre l’indubbio deficit organizzativo, soffre di una sanità che va rimessa in sesto, dopo anni di tagli lineari. Per farlo, occorrono ingenti investimenti in personale, infrastrutture, tecnologia e per la ricostruzione di una rete territoriale per la salute. Altrettanti ne servono per l’economia, per la scuola, per il contrasto alle disuguaglianze territoriali, di genere e di generazione, per incentivare ambiente e digitale. Per non parlare dei ristori necessari, che hanno già fatto schizzare in alto il nostro debito pubblico. Next Generation Eu servirà a malapena per finanziare questi cambiamenti. Ricorrere al Mes può tornare necessario, al di là del timore che possa introdurre tediose condizionalità. Data la situazione, qualche rischio va preso per scongiurare il ripetersi di eventi drammatici che non possiamo dimenticare. La riscossa non è gratis e soprattutto richiede un progetto, una direzione strategica e attori capaci e decisi.

Le nostre classi dirigenti, al contrario, tentennano. Forse pensano in segreto che una conversione ambientale e digitale implichi una semplice verniciatura delle nostre attività di verde e di blu e non uno scatto per mettersi al passo dei Paesi più avanzati. Soprattutto, essa richiede un impulso etico, per affrontare, con coscienza e responsabilità, problematiche ormai globali. Tornare a essere attori, con alcuni ideali non negoziabili da trasformare in sperimentazioni pratiche di obiettivi è anche l’unica strada percorribile per restituire dignità a una classe dirigente resa inefficiente da leader confusi e indecisi (“apriamo tutto, chiudiamo tutto”; “mascherine sì, mascherine no”), declassata e svilita da meri interessi autoreferenziali. Ognuno è impegnato a tirare acqua al proprio mulino, scordandosi la fratellanza, un ideale democratico non meno importante della libertà e dell’uguaglianza.

Un Paese senza attori sociali coraggiosi e determinati rilascia un’idea di sospensione, di non riuscire a volare per paura di cadere. Il rebus italiano è in gran parte qui: questa super-crisi riuscirà a forgiare sul campo una classe dirigente in grado di suonare tasti etici? E in futuro la politica e l’economia sapranno compiere la svolta etica di formare e selezionare una classe dirigente all’altezza delle grandi incertezze di questo ventunesimo secolo? Anche se questo percorso richiede tempo, le grandi imprese hanno iniziato a formare manager del futuro, ma la politica avrà la forza di rinunciare ai “fedeli” per élite dotate di senso etico e competenza?

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