Le sfide del dopo pandemia

Un nuovo paradigma (e capitali privati) per le infrastrutture

di Vito Gamberale e Stefano Gatti

(Adobe Stock)

3' di lettura

Nel 2017, ben prima dello scoppio della crisi pandemica, Oxford Economics aveva quantificato un gap infrastrutturale a livello globale di circa 15mila miliardi di dollari al 2040. Questo dato, tuttavia, si è rivelato ampiamente sottostimato alla luce degli avvenimenti successivi. La pandemia ha dimostrato quanto i governi abbiano fortemente limitato gli investimenti in social infrastructure, dagli ospedali alle scuole, dall’edilizia popolare ai servizi per gli anziani giusto per citare alcuni esempi.

È chiaro che tale gap, anche a fronte dei programmi di sostegno straordinario di finanza pubblica varati per evitare effetti disastrosi sull’economia reale, non potrà essere colmato solo con un aumento dell’indebitamento sovrano. Servirebbe coinvolgere capitali privati, più che altro a carattere istituzionale (assicurazioni, fondi pensione, fondi previdenziali, fondazioni, fondi infrastrutturali domestici), anziché familistico, rivelatisi questi ultimi spesso mal gestiti su perimetri complessi. Solo l’intervento di capitale privato potrà consentire, in una logica di collaborazione virtuosa con il settore pubblico, di colmare il fabbisogno infrastrutturale.

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Va peraltro osservato che i privati concepiscono oggi le infrastrutture come un mondo in forte evoluzione, molto lontano da una concezione ormai sorpassata che le vede confinate allo spazio limitato delle utility di trasporto, gas/energia/acqua e telecomunicazioni.

In effetti, il settore infrastrutturale è molto più di altri soggetto a trend di lungo periodo che daranno nuova forma alle società del domani. Peraltro, queste stesse società del futuro dipenderanno sempre più proprio da ciò che le infrastrutture saranno in grado di consegnare loro in un orizzonte di lungo termine.

A costo di qualche semplificazione, si può dire che le infrastrutture saranno sempre più un ambito “tematico” più ancora che un ambito “settoriale” come oggi siamo abituati a considerarle. I temi destinati a dominare lo scenario dei prossimi decenni sono quattro.

1 La sostenibilità e le complessive tematiche Esg. L’ambiente andrà tutelato convogliando i processi produttivi verso un drastico contenimento delle materie prime, sia organiche che inorganiche; piuttosto orientandoli verso un obbligato e virtuoso utilizzo delle materie prime-seconde, ottenute dal recupero e riciclo continuo dei materiali. L’obiettivo della decarbonizzazione del pianeta spingerà sempre più verso investimenti in fonti rinnovabili e alla necessità di un uso ottimizzato del suolo e delle risorse idriche, sempre più scarse. Le rinnovabili, con le loro rapidissime evoluzioni tecnologiche specie nel solare, vista la loro natura, daranno ulteriore impulso a investimenti in smart grid, in stoccaggio di energia, alla smart mobility, alla mobilità elettrica in genere, alla stessa sky economy (in una prima fase, come tappa della transizione digitale; dopo, della transizione produttiva).

2 La progressiva dematerializzazione delle infrastrutture. Abituati come siamo a immaginarle come asset fisici a alta intensità di capitale, dovremo convincerci a considerare le infrastrutture come elementi “immateriali” e legate alla digitalizzazione: dalla gestione dei dati al loro stoccaggio fino alla loro protezione e tutela.

3 L’evoluzione demografica. Le società moderne sperimentano da un lato un progressivo trend di invecchiamento e dall’altro lato una polarizzazione progressiva tra classi più giovani e popolazione più anziana. Tale polarizzazione ha chiari effetti sui trend di evoluzione delle infrastrutture. Da un lato i millenial e la popolazione più giovane rinforzerà ulteriormente le sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale e la tendenza alla dematerializzazione e digitalizzazione delle infrastrutture. Dall’altro lato, la silver society – la società degli anziani – richiederà investimenti sempre più consistenti in infrastrutture legate alla salute e cura della persona, al ridisegno urbano orientato a popolazione anziana alle soluzioni abitative, di trasporto e di cura per popolazione di età. Questo aspetto demografico, obbligherà, specie l’Italia, a recuperare il gap nelle fasce di età lavorativa, orientando in maniera più concreta la politica dell’immigrazione, sottraendola alla polarizzazione del tutti e sempre o del nessuno e mai.

4 Le catene logistiche. Una lezione amara che Covid ci ha insegnato è che l’allungamento eccessivo delle catene di approvvigionamento e distribuzione viene messo in crisi di fronte a eventi imprevisti e distruttivi come la pandemia. Le catene logistiche divengono infrastrutture essenziali per assicurare ai Paesi la prosecuzione ordinata e stabile delle attività produttive e la limitazione degli effetti disastrosi, peraltro oggi visibili e tangibili, di una crisi globale.

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