Interventi

Un nuovo pensiero economico post pandemia

di Piero Formica

3' di lettura

2021: nelle economie sviluppate lo stimolo fiscale e monetario è pari, in media, al 40% del PIL. È il ritorno dello Stato sul trono dell'economia, con la corte della politica che s'infiltra nei tessuti della società? L'interrogativo ha solo una risposta congetturale. Sul Financial Times dello scorso 26 aprile, Ruchir Sharma, a capo del team Emerging Markets Equity di Morgan Stanley Investment Management, ha sostenuto: «L’idea che lo stato si sia ridotto per 40 anni è un mito. L’era “neoliberale” iniziata con Reagan e Thatcher ha invece presieduto a un governo sempre più grande». Se c'è un fatto idealizzato con una carica di diffusa partecipazione che ha polarizzato le aspirazioni di un'epoca, questo è il PIL. Quando si invoca una rivoluzione economica post pandemia, c'è da sorpassare il limite del PIL adottando un nuovo pensiero economico che dia voce alla natura esaltando il valore del capitale naturale, l’insieme delle risorse naturali del nostro Pianeta. Ciò che davvero importa è l'affidarsi non ad uno Stato grande distinto da quello piccolo, bensì ad un grande Stato che è tale avendo cura delle risorse di capitale naturale fornitrici di servizi ecosistemici.
Poiché la natura non ha confini nazionali, gli interventi pubblici non vanno disegnati adoperando il metro dell'autosufficienza nazionale. A far paura sono le vecchie idee. All'insegna della ritirata economica, sarebbe autolesionistico un ritorno al passato con politiche industriali volte a sostenere particolari settori e regioni di un paese. «L’autosufficienza era ciò che Nehru e Indira Gandhi provarono negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Fu un orribile e terribile flop», ha dichiarato Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics di Washington. Più che per il ritiro dall'economia di mercato, sarebbe bene adoperarsi per la smobilitazione delle pratiche commerciali in contrasto con la voce della natura. Va vista con profondo scetticismo la resilienza, il ritorno veloce allo stato iniziale di una presunta età dell'oro contraddistinta da più e migliori posti di lavoro e da un'economia più produttiva. Un grande Stato coltiva l'arte e la pratica di sperimentare azioni che possano spostare l’economia su un altro piano, fondamentalmente migliore dell'odierno. Lo Stato grande ha prodotto una società feudale che ha bloccato i lavoratori in ruoli particolari, impedendo l’adattamento al cambiamento delle circostanze in accordo con nuove idee. Guai se il rilassamento delle politiche fiscali e monetarie fosse messo a servizio della rappresentanza degli interessi organizzati in categorie non competitive, gerarchicamente ordinate, create, riconosciute o autorizzate dallo Stato alle quali viene concesso un monopolio in cambio dell’osservanza di certi controlli sulla loro selezione dei leader.
Nel varare e nell'attuare politiche espansive la mano pubblica ha da interrogarsi su quale debba essere il valore da ottenere. Su questo terreno viene incontro ai responsabili politici Adam Smith. L'economista scozzese, profondo e sottile filosofo morale, capì che non solo l’avidità era un male, ma che l’empatia e i comportamenti che tengono conto degli altri sono il collante essenziale che tiene insieme la società. Smith esaltava «l'ingegnosità dei costruttori di macchine che riuscirono ad anticipare gli sviluppi della scienza» e si preoccupava dell'uomo «che spende tutta la sua vita compiendo poche semplici operazioni; non ha nessuna occasione di applicare la sua intelligenza o di esercitare la sua inventiva a scoprire nuovi espedienti per superare difficoltà che non incontra mai. Costui perde quindi naturalmente l'abitudine a questa applicazione, e in genere diviene tanto stupido e ignorante quanto può esserlo una creatura umana. La sua destrezza nel suo mestiere specifico sembra in questo modo acquisita a spese delle sue qualità intellettuali». Se poi egli si rivolgeva non alla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere nel fornirci la cena, ma al riguardo del loro interesse, non mancava di sottolineare che «Le persone dello stesso commercio raramente si incontrano insieme, anche per divertirsi e distrarsi, ma la conversazione finisce in una cospirazione contro il pubblico, o in qualche escamotage per aumentare i prezzi».
Si scopre il Nuovo Mondo prendendo in prestito le riflessioni degli economisti classici e prestando attenzione alle ricerche dell'Institute for New Economic Thinking che avvicinano l'economia alla fisica, alla biologia e all’informatica per modellarla in modi molto più realistici. Non trascurando che quell'accostamento molto ha a che vedere con l'Homo oeconomicus nei suoi rapporti con la natura.
piero.formica@gmail.com

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