Mecenatismo

Un nuovo polo artistico: il dono di Tracey Emin alla città in cui è cresciuta

Superata la malattia che l'ha quasi uccisa, è tornata dov'è cresciuta. L'icona della British Art sta investendo per trasformare Margate, nel Kent, in un paradiso per artisti.

di Louis Wise

Tracey Emin nel suo studio a Margate. I quadri alle sue spalle sono lavori in corso d'opera. (Foto di Maureen M. Evans)

8' di lettura

Molte interviste iniziano con un “Come sta?”. Con Tracey Emin la risposta non è banale. L'artista inglese, 58 anni, tra i finalisti del Turner Prize nel 1999 con My Bed, una delle sue opere cardine, e da lì in poi donatrice di letti sfatti, tende, luci al neon e dipinti con cui ha narrato i fatti della sua vita, ha qualcosa in più da dire, considerato cosa le è successo negli ultimi due anni. Nel 2020, in primavera, le è stato diagnosticato un carcinoma squamoso della vescica, un tumore particolarmente aggressivo a causa del quale le sono stati asportati vescica, uretra e utero. Pensava di non arrivare a Natale e invece eccola qui a parlare con noi. Quindi, Emin, “Come sta?”.

L'ex garage, diventato parte integrante della casa di Emin. (Foto di Maureen M. Evans)

«Prima ho scritto una lista», dice con voce cantilenante e con l'accento del Kent ancora vibrante, nonostante abbia lasciato Margate, dove è cresciuta, oltre 40 anni fa. Ora ci è tornata: lì ha il suo studio in un'ex tipografia, lì aprirà una scuola d'arte in un ex stabilimento balneare e lì, in un ex obitorio, ci sarà un piccolo museo con opere sue e degli artisti emergenti della scuola. «Una lista di cose positive. Tipo: sono qui, e sono viva». Emin adesso sta bene. Ha fatto un check-up proprio poco prima di questa intervista. «Per sei mesi basta visite. Mi sto allontanando dal cancro: le cose cambiano».

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Tracey Emin è oggi una delle maggiori artiste britanniche viventi. Era tra i Young British Artists (lo stesso gruppo di Damien Hirst) che hanno iniziato ad esporre collettivamente dopo il diploma al Goldsmiths College di Londra. Ha insegnato alla Royal Academy. Ha firmato un padiglione britannico alla Biennale di Venezia. Ed è stata insignita di una delle onorificenze più prestigiose, l'Ordine dell'Impero Britannico. Il 22 marzo riceverà il Whitechapel Gallery Art Icon 2022, nona artista a ottenere il riconoscimento. In primavera sarà al Jupiter Artland , la galleria dispersa nel bosco di un parco fuori Edimburgo, in Scozia, con I Lay Here for You, scultura in bronzo di una donna a terra, sciolta in uno stato che potrebbe essere di lussuria, oppure di disperazione.

La sua “Tide line” (2019). (Foto di Maureen M. Evans)

È una fase di rinascita, per lei e − sorprendentemente − per Margate, il luogo dove ha vissuto la prima parte della sua vita, segnata dall'abbandono scolastico a 13 anni, da uno stupro, da alcuni tentativi di suicidio. Nessuno si aspettava che tornasse. Invece l'ha fatto, e alla grande. Cinque anni fa, insieme al suo amico (ed ex partner) Carl Freedman, gallerista, Emin ha comprato un complesso di edifici vicino al mare. Lui ha trasformato la sua parte in galleria, lei ha ricavato studio, appartamento, archivio, roof garden e una spettacolare piscina piastrellata di azzurro. Quando morirà, tutto questo diventerà il museo di Emin. Avevo letto che sarebbe diventato una specie di mausoleo, ma lei lo esclude: «Non credo sarebbe permesso». Piuttosto desidera che le sue ceneri vengano messe accanto a quelle di sua madre e di Docket, il gatto. «Siete mai stati a Mosca, dove si cammina intorno al corpo di Lenin? Si fa il giro in silenzio: è vietato parlare. Ho sempre pensato che fosse molto cool».

Emin con i suoi due gatti: Teacup (ai lati) e Pancake (in centro). (Foto di Maureen M. Evans)

Oggi l'artista ha comprato altri immobili in una Margate che si sta gentrificando rapidamente. A cinque minuti di strada ci sono i bagni estivi e l'obitorio che diventeranno scuola e spazio espositivo. La Tracey Emin Foundation, gestita come un'istituzione no profit, includerà anche un parco di sculture, residenze per artisti, sale per conferenze e un club di disegno dal vero, così «ogni bambino di Margate che vuole imparare a disegnare, potrà farlo». Non c'era niente di tutto questo, quando lei era piccola. Nemmeno le 100mila sterline che ha promesso per finanziare il progetto di un parco per lo skateboard, un'altra delle sue passioni. È tutto straordinariamente generoso, ispirato, impegnato. Riflette molto Emin, la sua personalità insomma. «È come se avessi preso un periodo sabbatico», dice parlando dei mesi in cui è stata malata. «Del tempo per fermarmi a riflettere e chiedermi: qual è il senso di tutto questo? Perché sono un'artista? Che cosa faccio? E perché lo faccio? La risposta è arrivata, improvvisa. So che cosa sto facendo. Voglio che la mia arte migliori la vita delle persone».

Con Tracey Emin ho parlato due volte: la prima è stata una lunga conversazione al telefono; la seconda, una settimana dopo, qui a Margate. Mi assicura di sentirsi più calma che in passato, e in effetti così sembra (anche se il dramma non si allontana mai troppo: il giorno prima ha rischiato di incendiare casa addormentandosi con un brodo di pollo sul fuoco). Quanto a cosa fare del proprio patrimonio, ne parla passando dalla difensiva alle giustificazioni. «Sono i miei soldi, e mi va di spenderli così. Ho lavorato per guadagnarli. Duramente. E ho ridato alla società». Ne parla per incoraggiare gli altri a fare altrettanto. È una donatrice seriale: Terrence Higgins Trust, Oasis, Centrepoint, Elton John Aids Foundation... Ha iniziato che ancora andava a scuola: «Il giorno in cui ho realizzato che io e la mia amica Maria riuscivamo spendere in biscotti in una settimana quanto serviva per diventare socio annuale di Amnesty International, ho svoltato. La mia iscrizione risale ad allora».

Con i soldi è sempre stata abile: sa gestirli così bene che è riuscita investire estensivamente a Margate, ma anche in una proprietà nel sud della Francia e, da poco, in una splendida townhouse georgiana a Londra, in Fitzroy Square. «Ma se sei un'artista è meglio non dire che hai il senso del business: essere bravi con il denaro vuol dire che non sei un'anima creativa, un tipo spirituale». No, no, no, e mima la disapprovazione. «Se io sono stata così capace è perché, negli anni Novanta, sono sempre stata lontana dalla cocaina. Sempre. Penso di aver comprato la mia prima casa con la cifra che altri hanno speso per la droga».

“I never Asked to Fall in Love – You made me Feel like This” (2018). (Foto di Maureen M. Evans)

Ci sono modi migliori per dissipare soldi in cambio di qualcosa che rende felici: i gatti con il pedigree come Teacup e Pancake, che hanno sostituito il compianto Docket, per esempio; le letture dei tarocchi e la consulenza dei sensitivi (che preferisce alla psicoanalisi); gli acquisti da Scott's, l'antiquario cult di Margate; gli abiti di Vivienne Westwood; i mobili di Patrick Naggar; i lavori dei giovani artisti. E poi un'auto elettrica per la città e una BMW a noleggio con chauffeur; i mezzi pubblici non sono l'ideale se hai addosso una sacca per urostomia. E poi la prossima vacanza in Thailandia, la prima in dieci anni − «sono una workaholic» − anche se per anni Emin ha fatto avanti e indietro con l'Austria, per i trattamenti della wellness clinic VivaMayr. Infine ci sono gli anelli antichi: ogni volta che inaugura una mostra, se ne regala uno. «Ma solo se la mostra è davvero bella, se ci ho lavorato tanto e se ho venduto i quadri». A ottobre, facendo un giro a Frieze Masters, ha visto un gatto egiziano antico, alto mezzo metro. «Era fantastico, avrei voluto proprio prenderlo. “Quanto costa?”, ho chiesto». Due milioni e 700mila sterline. «Ah, okay. Non me lo posso permettere». Breve pausa. «Be', a dire il vero potrei».

La zona dello studio riservata alla pittura. (Foto di Maureen M. Evans)

Ma i suoi regali per Margate hanno tutt'altra profondità. Emin ammette che dieci anni fa non avrebbe mai pensato di tornare qui. Oggi guarda quella Tracey di mezza età con occhio critico, «perché si è fatta distrarre da mille scemenze. Come bere, o sprecare tempo in cose stupide». Ormai niente alcool − «una bottiglia di vino mi ucciderebbe» − ma sono tutti cambiamenti iniziati prima della diagnosi di malattia. Qualche anno fa ha deciso di cedere la casa e lo studio di Spitalfields, a Londra, dove era stata per decenni, e comprare in Fitzroy Square. Dice che quella vendita è stata «una svolta, un'epifania». Ed è convinta che sia stato questo state of mind ad aiutarla quando è arrivato il cancro. «Ho avuto la fiducia e la forza. Perché di solito si raggiunge uno stato di accettazione delle cose, ci si dice: le mie giornate adesso sono queste, e devo andare avanti. Invece, se si ha la fortuna di poter cambiare la propria vita, allora lo si dovrebbe fare. Perché c'è un sacco di gente che non può».

La tela appoggiata nello studio per la scultura è la prima che Emin ha realizzato a Margate. (Foto di Maureen M. Evans)

Quando arrivo a Margate mi viene incontro il suo amico Robert Diament, direttore della galleria Carl Freedman. Mi mostra lo studio, tutto bianco, arioso e bellissimo, con grandi tele appoggiate al muro. Attaccata a una cupa silhouette femminile si intravede una sacca per urostomia. Di sopra, al mezzanino, c'è l'archivio di stampe, manifesti e vecchie fotografie dell'artista. Diament si è trasferito qui da poco, ma alla provincia si è convertito con entusiasmo. Per lui il progetto è esattamente ciò di cui la città ha bisogno: «Attirerà artisti dalle città dove la vita è diventata troppo costosa ed è difficile trovare uno studio». E aggiunge: «Credo che Emin sia davvero contenta di vedere rinascere Margate. Ha sempre avuto una passione per questo luogo. È un amore romantico, credo che per lei sia stato un posto speciale in cui crescere, nonostante i problemi e le difficoltà. Penso che qui abbia sempre trovato un senso di speranza». Anche Jay Jopling, fondatore di White Cube e gallerista di Emin da decenni, dice che per lei questo è un periodo di euforia. «Aver sfiorato la morte avrà cambiato la sua visione: non vedo l'ora di scoprire in che modo, e che cosa deciderà di condividere con il mondo in questa fase della sua carriera».

Vicino allo studio, nell'appartamento tutto bianco e grigio, disseminato di piccole opere d'arte, incontro Teacup e Pancake che turbinano fuori dalla camera da letto. Poi arriva lei, dopo qualche vasca nella piscina blu. Se molti lavori di Emin parlano di disordine ed eccessi, a casa sua tutto è perfetto e curato. Si veste in fretta − gonna nera, maglione, piccoli gioielli d'oro e un paio di pesanti stivali Coco Neige di Chanel − e andiamo da Dory's, il suo ristorante di pesce preferito. Tappa successiva, stabilimento balneare ed ex obitorio. Non vede l'ora che sia tutto pronto. Da una parte, afferma di volersi concedere con calma tutto il lusso del tempo supplementare che le è stato regalato; dall'altra, ha come un'urgenza di goderselo. «Prima di ammalarmi mi sentivo sempre un po' morire; ora non ho più quel buio dentro di me». Ha ancora momenti di disperazione e di insofferenza, ma sa come canalizzare meglio l'energia. «Di certo, non arrabbiandomi».

Nella foto, a sinistra, l'esterno dello studio; al centro, la Carl Freedman Gallery; a destra lo spazio riservato alla scultura. (Foto di Maureen M. Evans)

Nei suoi ultimi giorni di vita la madre le ha detto una cosa straziante: «Non voglio lasciarti sola». Ma adesso a Emin non importa, non le dispiace stare da sola. Diciamo che ci sta quando e quanto desidera. «È l'arte che mi fa andare avanti. Mi definisco una persona al singolare, che non significa né sola, né solitaria. Vivo per conto mio: non ho una famiglia, non ho un partner, sono un'entità a sé». È la condizione che le è più naturale? «Sì, penso di sì. Per lavorare e per capire che cosa sto facendo ho bisogno di tempo, di stare con me stessa e di pensare molto». Di recente le è venuto il desiderio di mettere al mondo qualcosa; non di diventare madre, semmai nonna. «Che mi sembra decisamente più interessante», ride. Poi torna seria: «Non sono madre. Non lo sono mai stata e mai lo sarò. Lo sono con la mia arte, però». I suoi eredi sono i progetti che dona a Margate. Più tardi, ricorderò come ha descritto la città: «Un posto incastrato tra la sua irriducibile rozzezza e onde alte nove metri». È difficile immaginare Tracey Emin in qualsiasi altro luogo.

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