TRA CRONACA E XENOFOBIA

Un nuovo primato morale contro il razzismo

di Giuseppe Lupo

Ansa

4' di lettura

Non siamo ancora arrivati a casi come quello raccontato in Mississippi Burning (1988), il film ambientato nell’America razzista dei primissimi anni 60, ma certo il clima che respiriamo in questi ultimi giorni ha le caratteristiche di qualcosa che assomiglia alla vicenda narrata in quella pellicola, sia pure in diverse geografie e con tratti sociologici che rispondono ad altri contesti.

Di fronte ai fatti di casa nostra non si tratta di ricorrere alla solita retorica che farebbe gridare allo scandalo chiunque abbia un po’ di buon senso, avvertendo una incertezza, un sentimento di vuoto o di sospensione morale in seno alle autorità politiche, restie a dare risposte se non attraverso pronunciamenti che si attengono al gergo di un vocabolario burocratico stanco e usurato.

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E non si tratta nemmeno di pensare a episodi periferici, solo perché avvenuti nelle provincie laziali, venete, da considerare cioè coincidenze a dir poco casuali o dunque destinate a finire presto nel cestino della cronaca. Gli episodi ci sono e non appartengono soltanto al linguaggio della cronaca. Anzi dicono di un’epica che sarebbe da rileggere all’incontrario, nei termini cioè di un Paese capovolto, incapace di ripensarsi dentro lo specchio di un’epoca che, per vie traverse, ci interroga sul senso delle identità mescidate, ci invita a riflettere sui paradigmi dei mondi maggiori e minori, ci costringe a rivedere i parametri di quel che chiamiamo civiltà. Il problema è svegliarsi dal brutto sogno di una nazione che si avvia con disinvolta sicurezza a battere strade che tradiscono i valori della solidarietà, nascondendo sotto la finzione goliardica una xenofobia strisciante, indirettamente autorizzata da chi chiude i porti e sottrae aiuti in nome di qualcosa che non è mai stato del tutto chiarito.

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L’aspetto più paradossale di questa faccenda è nella funzione pedagogica della politica, come se d’improvviso, dopo anni di dissenso espresso nelle piazze e in rete, dopo le infinite diffidenze espresse nei confronti della “casta”, adesso i cittadini si sentano autorizzati non più a distanziarsi dai palazzi del potere, ma a ubbidire al recitativo dei suoi inquilini: un polittico di voci a cui poco si addice tanto la declinazione dei tempi verbali quanto l’esercizio di organizzare i tempi della Storia che obbliga da sempre a rivedere il nostro statuto di persone, a distinguere, come intendeva Vittorini in un romanzo nell’Italia dell’immediata post liberazione, gli uomini dai non uomini.

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Di questo pericolo si è già accorto Famiglia Cristiana qualche settimana fa, ma non è bastato a fermare la mano di chi ha inteso sparare con un fucile ad aria compressa - per divertimento, avrebbe dichiarato -, cogliendo però un bersaglio umano (e di colore) anziché un animale in volo. Forse è sopraggiunto il momento in cui davvero separare gli uomini dai non uomini, mettere da parte i distinguo e accorgersi che il Paese in cui viviamo ha le caratteristiche di una nazione che non solo ha smarrito la propria identità - eravamo un popolo di emigranti, avremmo dovuto conservare la consapevolezza di sentirci humilemque Italiam - e vaga, senza il minimo bisogno di interrogarsi o di chiarificarsi, nelle sacche di una inviciltà di cui la violenza delle armi (sia pure da lunapark, come quelle appunto ad aria compressa), i toni minacciosi, i pestaggi, il divertimento razzista, non sono che manifestazioni esteriori di un sentimento che contiene l’afflizione della perdita.

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Esiste una ferita che è più profonda del risentimento xenofobo e che per convenzione assume il nome di rivalsa antieuropea, difesa del territorio, lotta allo sfruttamento degli scafisti. Ma è una ferita che ci impedisce di osservare, se non con sguardo indifferente, il silenzio a cui siamo ridotti dalle circostanze del quotidiano: una sorta di apatia che ci assuefa a tutto, che ci abitua a sopportare senza reagire i paragrafi di un presente dove tutto continua a scorrere a prescindere da noi e dal nostro esistere, che ci induce a cercare l’emozione negli strumenti mediatici, i quali spesso poi si limitano a fare soltanto da schermo alla nostra incapacità di agire. Probabilmente sono questi i segni che continuano a disegnare il ritratto di un mondo fragile e offeso, privo di speranza e di visione, dove ogni ripetitività è indice di sopravvivenza. Continuiamo a passeggiare sull’asse orizzontale senza cercare lo scatto in avanti, il bivio della discontinuità, l’estro del muoversi contromano, che è l’unica risorsa da opporre al rumore di sottofondo. Qualcosa si è rotto nel racconto di un popolo a cui il secondo ’900 aveva dato il privilegio della modernità, ma probabilmente ha sottratto quel senso di pietas al quale obbediscono solo i grandi di fronte alle rovine del nemico. E tuttavia in un rimedio crediamo: proprio perché i tempi impongono una scelta tra uomini e non uomini, è giunto il momento di osare nella traiettoria di una cultura che fondi le sue regole nei criteri di un Occidente (non più solo di un’Italia) il cui primato sia prima di tutto morale, poi economico.

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