ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più8 marzo

Un’opportunità per le donne i 3,5 milioni di posti di lavoro nuovi entro il 2025

Il rapporto Unioncamere-Anpal stima un fabbisogno occupazionale dei settori privati e pubblici compreso fino a 3,9 milioni di lavoratori

di Monica D'Ascenzo e Chiara Di Cristofaro

(AFP)

4' di lettura

La guerra ha invaso la nostra quotidianità e mandato all’aria qualunque agenda politica ed economica. Difficile ipotizzare quale sarà la soluzione a questa crisi e soprattutto quali saranno i tempi per una risoluzione. Le sanzioni decise nei confronti della Russia avranno un impatto anche sull’economia italiana e su quella ripresa che tanto faticosamente il governo e l’Unione europea stavano ricostruendo.

In uno scenario simile qualunque tipo di proiezione futura diventa complessa e altamente fallace. Quando, però, sarà possibile riprendere il cammino tracciato dal governo Draghi certamente le linee guida resteranno quelle individuate in precedenza, che vedono la transizione ecologica e la transizione digitale come vie maestre per lo sviluppo economico del Paese. Come cambierà di conseguenza il mercato del lavoro italiano? Il rapporto nell'ambito del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal sottolinea come per il quinquennio 2021-2025 si preveda «un fabbisogno occupazionale dei settori privati e pubblici compreso tra 3,5 e 3,9 milioni di lavoratori, di cui 933mila-1,3 milioni determinati dalla componente di crescita economica, considerando anche l'impatto dei diversi interventi previsti dal governo e, in particolare, dal piano finanziato dall'Unione Europea Next Generation». Se oltre un milione di posti di lavoro saranno creati per cogliere le nuove opportunità di impiego, è necessario, innanzitutto, capire in che direzione si muoverà il mondo del lavoro. E lo è ancor più per le donne che vedono ferma al palo l’occupazione femminile ormai da troppo tempo in Italia.

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Dall’analisi condotta nel report si stima che le professioni specialistiche e tecniche, con un fabbisogno intorno a 1,5 milioni di occupati nel quinquennio, rappresenteranno oltre il 40% del totale del fabbisogno occupazionale, in crescita rispetto al recente passato, soprattutto per la domanda del settore pubblico che si svilupperà nei prossimi anni. Un'ulteriore indicazione viene dai settori che saranno interessati da questa crescita: «L’ecosostenibilità e la digitalizzazione, già tra i principali driver del mercato del lavoro, nei prossimi anni assumeranno un peso ancora più rilevante con l'impulso degli investimenti europei volti alle transizioni green e digitale».

Nel dettaglio, nel quinquennio le previsioni indicano che il fabbisogno di personale con competenze digitali di base è compreso tra 2 milioni e 2,1 milioni di occupati. Se prendiamo le rilevazioni dell’ultimo Gender Equality Index 2020, raccolte dall'EIGE (European Institute for Gender Equality), risulta evidente come le donne in Italia abbiano meno chance di occupare quelle posizioni. Solo il 21% delle donne in Italia riesce a sviluppare competenze digitali di base, rispetto al 30% degli uomini. Questa forbice diventa una voragine se si guarda alle specializzazioni in ambito Ict: le laureate in questo ambito sono il 21% contro il 79% dei colleghi uomini. Sul lavoro peggiora ancora di più: 15% contro 85%. In quest’ultimo caso, secondo le previsioni Unioncamere-Anpal, la domanda di figure con un e-skill mix (in possesso con elevato grado di importanza di almeno due e-skill) è stimata tra 886mila e 924mila unità, riguardando professioni maggiormente specializzate, alle quali verrà richiesto di svolgere funzioni con più elevati livelli di complessità. E quindi anche a maggior remunerazione.

L’altra faccia della medaglia della ripresa sarà, come si diceva, la transizione ecologica. Sempre il rapporto stima che tra il 2021 e il 2025 le imprese e il comparto pubblico richiederanno il possesso di attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale a 2,2-2,4 milioni di occupati e, per il 60% di questi, tale competenza sarà necessaria con importanza elevata. Anche in questo caso lo svantaggio delle donne è evidente, non solo perché sono sottorappresentate in questi settori ma anche per le scelte di istruzione che le giovani stanno facendo oggi. Già in Italia la percentuale di laureati nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche, le cosiddette lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è ferma al 25%. Ma se si va a vedere lo spaccato di genere sarà evidente il divario: 36,8% tra gli uomini e 17,0% tra le donne.

Il programma Next Generation EU rappresenta per l’Italia l'occasione per recuperare i ritardi storici che penalizzano il Paese e che riguardano le persone con disabilità, i giovani, le donne e il Sud. Sarà necessario, però, che le risorse in arrivo siano impiegate in modo adeguato. «Ho l’impressione che in Italia si faccia un po’ fatica, in particolare nel Mezzogiorno, a comprendere questo strumento. Si ha una grandissima attenzione per quel che riguarda la distribuzione delle risorse e meno alla qualità della spesa» sottolinea Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo, che prosegue: «Rischia di essere l’ennesima occasione persa. Ho l’impressione di riascoltare il solito ragionamento che in questi anni si è fatto per i fondi di coesione. Non possiamo però permettercelo per i livelli di occupazione femminile che abbiamo in Italia. Allora è necessario un salto di qualità. I comuni devono essere aiutati, perché sono quelli che forniscono servizi più prossimi alle donne e sono quelli che hanno la necessità di partecipare ai bandi e spesso non hanno neanche il personale per poterlo fare».

È necessaria quindi un’alleanza fra tutti i livelli istituzionali per poter sfruttare al meglio le opportunità che gli investimenti in arrivo creeranno. E per poter porre rimedio a un’occupazione femminile da troppo tempo ferma attorno (quando non sotto) alla soglia del 50% e a un tasso di inattività fra le donne al 44,1% contro il 25,9% maschile, secondo i dati Istat al gennaio 2022.

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