intervista a franco mosconi

«Un paradigma della trasformazione della manifattura»

Emergono la leadership di Milano e l'osmosi diffusa tra conoscenza, saperi e competenza

di Ilaria Vesentini


3' di lettura

È una classifica che sbaraglia molti paradigmi consolidati sui territori d’elezione per la crescita delle imprese tricolori, eccezion fatta per Milano, capitale indiscussa del dinamismo economico italiano a prescindere da settori di attività e dimensioni aziendali, anche in virtù della concentrazione record di finanza e capitali di ventura nel capoluogo lombardo. Un fenomeno che Franco Mosconi, professore di Economia industriale all’Università di Parma, dove è titolare della Cattedra Jean Monnet, prova a spiegare con lo sbilanciamento della graduatoria “top 400” verso le microimprese, «perché spostando l’analisi su quel 3,8% di realtà medio-grandi della classifica si ritrovano gli equilibri noti tra Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia».

Milano vale da sola quanto le altre città nella top 10. La logica dell’accentramento delle competenze sul modello Silicon valley è vincente rispetto all’approccio diffuso e disseminato tipico dell’Emilia-Romagna?
Edward Glaeser dell’Harvard University nel libro “Il trionfo delle città” spiegava che le città sono la “più grande invenzione dell’uomo” perché qui si accumulano conoscenza e competenze grazie all’osmosi fra mondo della ricerca e business community. La leadership che Milano sta esercitando, ogni anno di più, in tanti ambiti conferma la tesi di Glaeser. Anche qui, però, occorre fare attenzione: le città che si snodano lungo la via Emilia sono, sì, medie città singolarmente prese, ma tutte hanno – oltre a scuole superiori di ottimo livello - università, Its, centri di ricerca e sono ben collegate fra loro da reti fisiche e immateriali. D’altronde la cosiddetta “Data Valley” sta nascendo a Bologna.

Nell’analisi per settori emerge che i leader operano soprattutto nei “vecchi” comparti: prodotti industriali, costruzioni, tecnologie, Gdo, alimentare. È la rivincita della manifattura tradizionale sulla new economy?
La manifattura non è mai “tradizionale”, giacché è naturalmente esposta in tempo reale sia al cambiamento tecnologico sia alla concorrenza internazionale. Per convenzione alcuni settori manifatturieri vengono etichettati come tradizionali, senza tener conto della grande innovazione che si fa (si pensi al filone della sostenibilità ambientale nell’alimentare e nella moda). Ci sono settori a più elevato contenuto tecnologico e basati sulla scienza (come biomedicale, farmaceutica, meccatronica), ma nel complesso, una manifattura robusta e dalle tante specializzazioni – com’è quella che emerge dalla lista dei settori di attività della Top400 – è una buona garanzia per gli anni a venire, perché non solo concorre a oltre il 20% del valore aggiunto del Centro-Nord ma domandando servizi sul mercato (trasporti e logistica, Tlc, banche e assicurazioni, ricerca e formazione), concorre alla crescita del terziario.

In questa classifica non c’è però traccia del protagonismo del modello emiliano e del suo rinascimento industriale, temi a lei cari. Come lo spiega?
Condivido l’impressione di una scarsa rappresentatività delle province emiliano-romagnole. Nelle Top10 Bologna è solo nona nel ranking delle città e ottava in quello per province: risultati in contrasto con un po’ tutte le graduatorie sull’imprenditorialità che conosciamo e che vedono il “modello emiliano” al primo posto nel Paese (come, ad esempio, nell’export pro-capite) o al secondo dopo Milano e la Lombardia quando si parla di crescita dei distretti, di medie imprese, di champions, di realtà del quarto capitalismo, di cooperazione, di multinazionali.

La distanza è enorme anche su scala regionale, con la Lombardia che ha tre volte le aziende leader rispetto e Veneto ed Emilia-Romagna: sono proporzioni che rispecchiano la competitività dei territori?
Non c’è grande spazio per una interpretazione soggettiva in quanto la metodologia usata per portare alla luce i “400 leader della crescita” è trasparente e i criteri di inclusione rigorosi. Certo, occorreva registrarsi spontaneamente al concorso e questo può aver avuto un ruolo. Non commettiamo tuttavia l’errore di dare per addormentato un sistema economico, assai dinamico, come quello veneto ed emiliano-romagnolo. In ogni caso se consideriamo le “start up innovative”, che da alcuni anni hanno una sezione nel Registro delle Imprese, le proporzioni tornano: dopo Lombardia (con oltre 2.500 realtà) e Lazio (circa 1.100) ci sono Emilia-Romagna e Veneto con circa 900.

Che modello di sviluppo è auspicabile per un’Italia geograficamente difficile e industrialmente sbilanciata?
Un modello di Paese che, anzitutto, non perda definitivamente il Sud - come invece sta rischiando di fare, fra crisi senza fine dell’ex Ilva di Taranto ed emigrazione di massa dei giovani, a cominciare da quelli scolarizzati. E occorre lavorare su come rafforzare i legami, le interconnessioni, fra la via Emilia, presa nel suo insieme, e Milano: è questa l’autentica spina dorsale del Paese reale.

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