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Un patto e quattro priorità per chi governerà il Paese

Lo stravolgimento dei prezzi relativi cui stiamo assistendo nel volgere di pochi mesi è tale da far girare la testa

di Stefano Manzocchi

3' di lettura

Lo stravolgimento dei prezzi relativi cui stiamo assistendo nel volgere di pochi mesi è tale da far girare la testa. Aumento verticale dei prezzi dell’energia, seguìto dal balzo dei tassi d’interesse che sono il prezzo relativo della liquidità, e calo repentino del corso dell’euro rispetto al dollaro. L’effetto immediato della pandemia era stato sulle quantità, con le chiusure e i blocchi della produzione in alcuni settori e il crollo delle ore lavorate. Crisi energetica, guerra e inflazione stanno rivoluzionando la costellazione dei prezzi relativi consolidata negli anni passati. In una fase così, è ancor più necessario trovare qualche coordinata di riferimento cui ancorare gli indirizzi politici, specie in una campagna elettorale nella quale il non detto e il rumore di fondo sovrastano i segnali programmatici. Che si faccia appello all’interesse nazionale, o alla coesione e sviluppo sociali, o ad entrambi, può essere utile partire da poche cifre per riepilogare alcuni elementi di quello che possiamo chiamare un Industrial compact da sottoscrivere per la politica italiana che ambisca a governare.

Nel 2021 le esportazioni italiane sono state di 580 miliardi di euro. Si tratta di un terzo del prodotto e dei redditi del nostro Paese, di cui 516 sono riferibili all’industria manifatturiera. Se è vero che l’aumento dei costi energetici è un’imposta sull’intera economia nazionale, una politica seria dovrebbe preoccuparsi anzitutto che questa tassa non impedisca di realizzare in futuro quelle centinaia di miliardi di esportazioni che consentono di pagare bollette e rifornimenti di carburante. Non dovrebbe sfuggire che, senza il cardine del nostro export industriale, non ci sono interesse nazionale o coesione sociale che tengano. Far sì che gli approvvigionamenti energetici siano garantiti, superando le grottesche manfrine del Nimby nostrano su rigassificatori e altro, e che un sistema dei prezzi ragionevole consenta di utilizzare tutti gli spazi e le modalità per ridurre i costi per la manifattura, significa semplicemente pagare i conti dell’energia per il Paese e per le famiglie che di lavoro e stipendio vivono.

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Negli ultimi sei mesi il deprezzamento della sterlina rispetto all’euro è stato di circa il 4 per cento. Mentre il dollaro si apprezzava su quasi tutte le valute, l’euro guadagnava terreno nei confronti della valuta britannica, che in tempi di inflazione dei prezzi dell’energia vede il suo potere d’acquisto internazionale ridursi ulteriormente.

Le cause possono essere molte, ma non può sfuggire a una politica che abbia a cuore l’interesse nazionale o la coesione sociale,
che stare fuori dall’euro pesa. Per un Paese a vocazione manifatturiera come il nostro, essere parte di un mercato integrato di oltre 400 milioni di consumatori e delle dinamiche decisionali dell’Unione europea è indispensabile. Tra i punti di un Industrial compact questo non può mancare.

I giovani italiani tra i 15 e 34 anni che non sono occupati, né impegnati nel percorso di istruzione o in attività formative sono circa 3 milioni. È una cifra impressionante che va ridotta drasticamente nella prossima legislatura. Ed è un numero ancor più doloroso a fronte delle decine di migliaia di posti di lavoro per i quali le industrie italiane non trovano collaboratori a fronte di stipendi e condizioni di lavoro buoni. Il progresso economico e sociale, e l’interesse nazionale non si promuovono remunerando l’inattività e neppure mantenendo in vita attività decotte o fittizie. Un programma di riduzione del cuneo fiscale per favorire l’occupazione specie dei giovani; incentivi e strumenti per promuovere la componente del salario di secondo livello, legata alla produttività, e il welfare aziendale; una formazione professionale secondaria e terziaria all’altezza. Chi vuol governare vuole seriamente impegnarsi a questo?

Secondo il Doing Business 2020 della Banca mondiale, i giorni necessari in Italia per esigere il rispetto di un contratto sono 1.129, contro i 500 circa della Germania e della Spagna, e i 450 della Francia. Si parla molto di reshoring, di rientro in Italia e in Europa delle produzioni dislocate in aree lontane. E i presupposti per una riconfigurazione delle filiere internazionali esistono. La manifattura italiana è pronta a fare la sua parte, ma lo è il resto del Paese? È comprensibile che ci si preoccupi per imprese che abbandonano l’Italia, ma senza una Pubblica amministrazione all’altezza una delle condizioni per l’attrazione di capitali e industrie viene meno. Se un Industrial compact deve far parte del messaggio e dell’azione del prossimo governo, anche sul dimezzare quei 1.120 giorni e su una Pa vicina all’impresa la politica dovrebbe impegnarsi.

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