Opinioni

Un patto per il lavoro che darà senso al mondo che cambia

di Aldo Bonomi

(Elnur - stock.adobe.com)

3' di lettura

Come evidenziato nelle ricerche sulla questione della società e dell’economia dei dati, le classifiche internazionali ci vedono arrancare nella digitalizzazione. Segno che una vasta parte della società ha bisogno di accompagnamento al rapporto con l’innovazione tecnica. Occorre partire dalla concretezza di quelle che io chiamo le “passioni tristi” degli interessi diffusi e molecolari, per comprendere come accompagnare la sfera del sociale a confrontarsi con le “passioni fredde” della potenza del dato, del calcolo, della tecnica. Per colmare questo iato tra passioni tristi e passioni fredde, occorre ragionare su due temi: cosa mettere in mezzo tra i flussi delle internet company e l’orizzontalità della moltitudine che li subisce e per non subirli, come metterci assieme e assumere voce.

La questione non è limitata al problema di mettere in mezzo un’efficienza della statualità che rimanda a un’auspicabile Europa che sia in grado di fare accompagnamento. Per rimettere assieme la sfera delle passioni tristi con la potenza del dato, occorrono delle “passioni calde” che facciano condensa di un mettersi assieme che vada oltre il chiedere una mediazione forte statale ed europea per la protezione dei dati e una tassazione dei flussi. Per non subire l’epoca dei big data come un flusso di rivoluzione passiva, servono un po’ di “passioni calde”. La metamorfosi pandemica ha accelerato la digitalizzazione e reso evidente la potenza dei dati in sistemi come la sanità, la scuola, il lavoro, che ci hanno toccato nel corpo, nella trasmissione del sapere e nelle forme dei lavori. Credo che in tutti noi, a proposito di passioni, sia scattato un antropologico sentirsi “toccati dentro” guardando i numeri e i nostri tracciati della pandemia, cosi come il ritrovarci nella didattica a distanza per poi ritrovarci in tanti nel telelavoro o senza lavoro.

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Nella società dell’accelerazione accelerata ci siamo ritrovati nelle piattaforme digitali della sanità, della scuola e dei lavori. Mi pare che in questo passaggio dalla territorializzazione alla remotizzazione del nostro corpo, del nostro imparare e del nostro lavorare ci siano elementi sufficienti per sviluppare passioni, per cercar di capire come metterci assieme con una “coscienza di piattaforma” per ridisegnare la sanità, la scuola e il lavoro che verrà. Può sembrare eccessivo scomodare la parola coscienza, abituati come siamo a declinarla come coscienza di classe nel rapporto capitale-lavoro o come coscienza di luogo rispetto alla crisi ambientale, ma siamo nell’epoca del tecnocene, dell’intelligenza globale in rete dei “padroni degli algoritmi” che determinano le piattaforme, che determinano il nostro vivere quotidiano. In questo salto d’epoca sta sullo sfondo l’idea di progresso, come scrive Aldo Schiavone «indicata dalla tendenza a raggiungere (...) il più alto rapporto possibile fra la potenza della tecnica disponibile (...) e il riconoscimento e la valorizzazione della propria esistenza».

Molto dipenderà dalla nostra capacita di metterci assieme di far valere le passioni calde per gestire assieme i dati, di cogestire e contare nella metamorfosi. Non è forse questo che si chiede ad Amazon e agli algoritmi che determinano la gig economy in bicicletta per il cibo a domicilio? O come negoziare nell’impresa 4.0 formazione e conoscenza nel processo di robotizzazione e digitalizzazione e il venire avanti come destino del telelavoro e delle sue nuove differenze tra prossimità creativa che decide e lavoro a domicilio? Per ridisegnare la città in 15 minuti e il lavoro ibrido si sperimenta a Milano il nearworking, usando spazi del Comune e coworking ridisegnati come luoghi di prossimità creativa a tecnologia disponibile per chi altrimenti, sarebbe costretto solo al lavoro a domicilio senza socialità. Al di là degli inglesismi dolci da nuova normalità suadente per metterci al lavoro, mi pare un ibrido tentativo di tenere assieme prossimità e simultaneità.

A questo mi pare rimandi l’esperienza della cogestione di un patto per il lavoro, parola antica, della Regione Emilia-Romagna – dalla Piacenza di Amazon alla Rimini del distretto turistico, passando per la motor valley, le città distretto e la Bologna dei big data – facendo della piattaforma produttiva una piattaforma della conoscenza. Coinvolgendo istituzioni, scuole professionali, università e parti sociali delle imprese a fabbrica diffusa e dei lavori in metamorfosi. E a proposito del metterci assieme, sia per risalire la classifica della digitalizzazione sia per far crescere passioni calde, nella nuova normalità che viene avanti credo sarà importante che le rappresentanze del ’900 mettano in agenda un po’ di “coscienza di piattaforma”. Accompagnando i grandi numeri del commercio, dell’artigianato, delle imprese al salto d’epoca e la moltitudine dei lavori quelli del codice Ateco e gli embrioni di nuova rappresentanza verso un umanesimo digitale. A pensarci bene le passioni calde servono a tenere assieme reddito e senso.

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