analisiPIRELLI IN BORSA

Un patto «ingabbia» il Dragone

di Paolo Bricco

Bloomberg

3' di lettura

Un buon accordo fra soci. Che conferma la cifra storica italiana anche della nuova Pirelli.

Con, naturalmente, delle implicazioni geo-politiche.

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Dal nuovo statuto della società: «Localizzazione in Italia della sede e del centro direzionale del gruppo, così come il controllo del know how tecnologico (inclusi i marchi Pirelli)». Pirelli è oggi controllata da ChemChina, il diciannovesimo gruppo cinese - posizione 355 nel ranking dei gruppi internazionali stilato da Fortune - con un fatturato stimato in 250 miliardi di yuan.

La Pirelli a proprietà cinese è uscita da Piazza Affari nel 2015. In questo periodo, da Pirelli sono stati scorporati i pneumatici per camion e mezzi pesanti: la fetta di torta meno gustosa, quella con i margini inferiori. Pneumatici destinati a finire direttamente nell’orbita della controllante cinese, che ha già una sua autonoma e rilevante specializzazione in questo comparto.

Adesso, Pirelli – senza più appunto le gomme per i camion - tornerà a essere quotata. Nella nuova Pirelli è dunque contenuta una torta più piccola: restano i pneumatici per le automobili. Una nuova torta che, però, dovrebbe risultare la più succulenta: non a caso, l’obiettivo dichiarato è quello di lavorare per portare i singoli prodotti – e soprattutto le quote di fatturato – verso i pneumatici a più alto valore aggiunto e a maggiori margini di guadagno. Quelli per le auto di alta e altissima gamma.

In un contesto di questo tipo, appare utile che il nuovo statuto della nuova società – e anche la particolare conformazione dei patti fra soci, stabilita insieme agli attuali vertici di ChemChina - sancisca che le competenze tecnologiche debbano restare nella titolarità di Pirelli e non siano trasferibili a soggetti terzi. Appare ancora più utile che sia chiarito che la sede operativa e amministrativa non possa che essere a Milano. E che il tutto sia formalmente blindato dalla regola seconda cui queste disposizioni possano essere modificate soltanto con una delibera dell’assemblea degli azionisti in cui si esprima favorevolmente il 90% del capitale totale.

In questo meccanismo, che attraverso la governance sembra porre una sorta di distinzione fra gestione italiana e proprietà cinese, appare utile che – dal punto di vista tecnico – con la quotazione Pirelli non sia più soggetta formalmente a direzione e coordinamento né della holding Marco Polo né dei suoi soci, a meno che ChemChina non consolidi. E che 8 consiglieri su 15 siano indipendenti.

Il contesto italiano in cui vengono prese tutte queste cautele appare chiaro: negli ultimi anni – da Loro Piana a Italcementi, da Ducati a Fca – il controllo di fatto e la catena giuridico-societaria di diritto del nostro capitalismo hanno perso identità nazionale. Dunque, per un gruppo come Pirelli che per quasi un secolo era stato quotato a Milano e che ha rappresentato uno degli elementi portanti della nostra storia industriale e finanziaria, la costatazione che la proprietà non sia più in mano italiane non può che apparire dolorosa, per quanto tutto questo sia adesso lenito da uno statuto e da un accordo fra soci che garantiscono la radice italiana della nuova Pirelli.

Allo stesso tempo, nel momento in cui le singole imprese si inseriscono in uno scenario generale, è la situazione particolare a incubare un potenziale conflitto fra governance formale e potere reale. È vero che Marco Tronchetti Provera, che ha preso in mano il gruppo dopo la fallita scalata a Continental e che lo ha condotto fino all’accordo con ChemChina, rimane come capoazienda e a lui viene garantita l’ultima parola sul suo successore, nel 2020.
Ma è altrettanto vero che ChemChina nasce 13 anni fa come estensione della Sasac (State-owned assets supervision and administration commission).

Da un lato ci sono le garanzie sul mantenimento del nocciolo duro innovativo e degli stabilimenti produttivi in Italia. Dall’altro lato, nelle regole del capitalismo globale, la circolazione dei capitali espone i Paesi-preda a subire i rapporti di forza e la logica naturale di scelte che, alla fine, vengono prese altrove. E, in questo caso, l’ “altrove” è una realtà complessa e multiforme, insondabile e con una natura non paragonabile a quella occidentale.

Dal discorso del presidente cinese Xi Jinping ai cento principali manager del Capitalismo di Stato al VI Plenum del Partito Comunista Cinese, nell’ottobre del 2016: «Quello che conta è il partito. Il Partito Comunista conta più di ogni consiglio di amministrazione». In questo discorso di Xi Jinping, citato dalla agenzia di stampa Xinhua e chiosato dal Quotidiano del Popolo, compare anche questo altro passaggio: «Le aziende sono un prolungamento dell’azione del Partito Comunista oltre i nostri confini».

Sul lungo periodo l’incognita geo-politica esiste. Anche se la blindatura statutaria e la stabilità manageriale – su un orizzonte temporale di almeno 3 anni - per la nuova Pirelli non sono poca cosa.

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