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Un patto sociale per realizzare un progetto Paese

Non tutti ricordano che il primo atto del governo Draghi fu la firma di un patto per il lavoro pubblico.

di Paolo Reboani

(RafMaster - stock.adobe.com)

3' di lettura

Non tutti ricordano che il primo atto del governo Draghi fu la firma di un patto per il lavoro pubblico. Si disse allora che il Presidente del Consiglio seguiva le orme di un suo illustre maestro e predecessore, il Presidente Ciampi. Oggi, spinti da una esplosione inflattiva e da una grave crisi internazionale che colpisce l’offerta di materie prime, si torna a parlare di patto sociale, di concertazione tripartita, di accordi tra governo, sindacati e imprese. Per la verità, la situazione assomiglia a quella emergenziale che spinse nel 1992-93 il governo Amato a costruire un percorso che portò agli accordi Ciampi del 1993, che produssero effetti strutturali sull’economia italiana e sul sistema contrattuale. Ci si domanda oggi se quel modello è ripetibile.

Ovvio che il 2022 è diverso, evidente che la “salute” della politica e delle parti sociali molto differente, chiaro che il contesto internazionale, economico e sociale è mutato. Nondimeno, la mia risposta è: sì. Si deve provare a costruire un nuovo patto. A una condizione, però: che siano chiari gli obiettivi e manifesto lo scambio che si potrà originare su un tavolo tripartito di quella natura. Se, cioè, si deve solo limitare il danno inflattivo allora basta il governo, un decreto, una cabina di monitoraggio leggera, un meccanismo che si affianchi all’Ipca. Se, invece, si vuole porre mano a un obiettivo più alto di modernizzazione del Paese, a uno sforzo che accompagni il Pnrr, a una accelerazione nelle politiche industriali per assicurare la transizione ecologica e digitale, a politiche del lavoro che accompagnano i mercati transizionali del lavoro, allora serve un patto che produca un progetto-Paese. Come?

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L’indice è facile, le soluzioni più complesse. Oggi il patto deve avere come necessaria cornice il Pnrr, così come allora aveva Maastricht, e già così è chiaro lo sfondo differente della politica economica. Poi deve costruirsi su 3 gambe: il sistema contrattuale, i salari e il lavoro; la politica industriale e le imprese; il sistema fiscale e i cittadini.

1.Il sistema contrattuale deve terminare la sua evoluzione, iniziata nel 1984, verso un modello che allora definimmo “leggero”, quanto più vicino ai luoghi della produzione, legato alla produttività, agganciato a elementi sostanziali di welfare e delle competenze. Il sistema dovrà ripensare sostanzialmente l’Ipca, affidarsi alla contrattazione, costruire rinnovi contrattuali retributivi annuali, ripensare il sistema fiscale applicato al salario. E contemporaneamente rivedere un sistema di politiche del lavoro che rimane fondato sui vocaboli della flexicurity degli anni 90 del secolo scorso e adattarsi invece a mercati del lavoro che devono gestire le transizioni.

2.La politica industriale deve essere costruita ora su una visione al 2030 e su alcuni assi portanti: a) recupero della grande manifattura; b) crescita dimensionale; c) innovazione di processo e di prodotto; d) sostegno alle specificità del sistema produttivo italiano; e) politiche energetiche green; f) attrazione di investimenti e protagonismo sui mercati internazionali. Dobbiamo riorganizzare il nostro sistema produttivo, attivare forti politiche di reindustrializzazione, chiudere ciò che non è più produttivo senza indugi e preoccupazioni. Salviamo le competenze per fare crescere nuovamente l’impresa.

3.Nonostante tutte le operazioni di questi anni la pressione fiscale rimane troppo alta su tutti: cittadini, lavoratori, imprese. La delega fiscale è al centro del dibattito politico perché disegna cosa sarà il fisco e quindi cosa sarà la società dei prossimi anni. Le visioni sono opposte – come sul lavoro – e non potrebbe essere diversamente. Qui sarà molto più complesso trovare un ordine, ma è indubbio che alcuni princìpi possono essere individuati. Costo del lavoro più basso, utilizzo di alcune tassazioni semplificate, amministrazione più semplice, contrasto intelligente all’evasione, solo per citare alcuni paragrafi del tema.

Su questo terreno si può e si dovrebbe costruire un nuovo patto. La finestra temporale non è ampia – così come non lo fu nel 1992/93 – e il lavoro è complesso. Occorre guidare l’esercizio senza paure e senza perdere tempo. L’Italia ha una grande sfida davanti che le impone non l’Ue, ma i suoi cittadini e le sue imprese. Forse un patto sociale sarebbe lo strumento per assicurare crescita, riequilibrio territoriale e coesione sociale.

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