Opinioni

Un percorso lineare per mettersi sulla strada della riforma fiscale

di Gaetano Ragucci

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4' di lettura

Il tema della riforma fiscale inserisce la discussione sullo stato dell’ordinamento tributario in una prospettiva di lungo periodo, ma, nello stesso tempo, richiede un esercizio di sano realismo.

Non va trascurato che la base del tributo è il consenso, che non si esprime solo con l’approvazione parlamentare del disegno di legge delega al Governo. Il consenso al tributo è determinato anche da fattori sociali, che sono il riflesso di due elementi oggi assenti: una razionalità di sistema, senza la quale amministrazione, giudici e professionisti non possono agire per l’attuazione della giusta imposta; e un’equa distribuzione del carico tributario, condizione indispensabile del leale concorso dei contribuenti al finanziamento della spesa pubblica. Se la riforma vuole segnare un recupero di razionalità ed equità, deve quindi muoversi su piani in parte diversi da quelli di cui si è parlato finora.

Il primo piano è la codificazione.

La Legge delega del 7 aprile 2003, n. 80 aveva annunciato l’adozione di un codice composto da una parte generale sugli elementi essenziali dell’imposizione secondo i principi costituzionali di legalità, capacità contributiva, ed eguaglianza, e da una parte speciale dedicata alle singole imposte. Il programma è però rimasto inattuato.

Un’alternativa praticabile è l’adozione di un codice delle procedure tributarie, che vada oltre il consolidamento dei testi legislativi di portata generale (Statuto del contribuente, accertamento, sanzioni, riscossione, processo), per ordinare la materia secondo principi coerenti con la Costituzione e l’ordinamento europeo, rimuovendo gli argini del settorialismo e dello specialismo, che condizionano negativamente la prassi amministrativa, e le decisioni dei giudici.

Un punto di partenza potrebbe essere il disegno di legge di iniziativa del Cnel n. 319, depositato agli atti del Senato durante la XVII legislatura, da aggiornare e riorientare in considerazione del tempo trascorso. Le competenze per farlo ci sono, e, se un rimprovero si può muovere alla cultura giuridica, è di avere sottovalutato le potenzialità del progetto in chiave di legittimazione del suo concorso al progresso anche della normativa di dettaglio.

L’adozione di un codice delle procedure tributarie sarebbe un primo passo per la riduzione dello “spread di certezza del diritto” che separa l’Italia dagli altri Stati europei, e che pesa molto di più di altri e più famosi differenziali.

Il secondo piano della riforma riguarda i contenuti.

Con un Parlamento impegnato su altri fronti, che a torto percepisce l’ordinamento tributario come materia per tecnici, l’iniziativa di un Governo privo di margini di manovra a causa del peso del secondo più elevato debito pubblico europeo, è lo specchio del mutamento in atto delle strutture economiche investite dalla globalizzazione.

Quella che negli anni ’90 del secolo scorso era stata annunciata come l’inversione del rapporto politico che legava lo Stato al suo territorio, e alla ricchezza che vi era contenuta, ora è sotto gli occhi di tutti sotto la forma della crisi dei criteri di riparto della potestà impositiva statale nei rapporti internazionali.

Vi concorrono fenomeni di erosione della base imponibile e di trasferimento all’estero dei profitti, che la “disruption” digitale minaccia di elevare alla massima potenza. Lasciata la soluzione di questi problemi agli Organismi internazionali e all’Unione europea, le misure di riforma possibili si restringono ai fattori economici che hanno ancora un legame con il territorio: il lavoro, il patrimonio, i consumi.

C’è dunque una logica nella ricerca del giusto mix tra rimodulazione di detrazioni e aliquote dell’Irpef e Iva, su cui il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha avviato il confronto con i partiti politici e i tecnici. Ed è una logica che ha cause lontane.

Realismo, dunque, ma anche consapevolezza dell’urgenza di interventi selettivi ed efficaci. Il recupero dell’equità dell’imposizione sui redditi personali significa prima di tutto la riconduzione del prelievo sui redditi di lavoro sotto un’unica imposta moderatamente progressiva, assistita da un sistema di detrazioni e deduzioni strettamente necessarie al suo funzionamento. Una drastica semplificazione dei criteri di determinazione dell’imponibile per i contribuenti minimi, con l’eliminazione della irrazionale duplicazione dei regimi forfettario e della c.d. flat tax. Lo scioglimento dell’alternativa tra revisione degli scaglioni e introduzione di una progressività alla tedesca, anche alla luce del confronto tra i criteri di erogazione delle prestazioni di welfare adottate nei due Paesi. La riduzione dei meccanismi di deduzione e detrazione d’imposta in funzione della discriminazione tra redditi da lavoro dipendente e autonomo, e il loro coordinamento con il prelievo locale sulla proprietà immobiliare. L’eliminazione di misure dirette al contrasto di interessi che si sono dimostrate di minore efficacia, e la razionalizzazione delle forme di incentivo alla diffusione di forme integrative di assicurazione e previdenza privata.

Sul versante dell’imposizione dei redditi da patrimonio resta poi la manutenzione del sistema catastale, per la correzione dei noti fenomeni di evasione che interessano il settore della proprietà immobiliare, da cui si potranno recuperare risorse sacrificate dalla rimodulazione della progressività del prelievo sui redditi di lavoro, senza dovere ricorrere a nuove patrimoniali, e, possibilmente, senza scomodare le clausole di salvaguardia sull’Iva.

Si tratta, insomma, di imboccare un percorso concettualmente lineare, i cui ostacoli possono venire dalla scarsità delle risorse, non da obiezioni di principio. La decisione politica spetterà al Parlamento, ma la riforma avrà successo se sarà assistita da forme adeguate di cooperazione sociale.

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