Interventi

Un piano modesto che non punta sulla crescita

I progetti spesso sono vecchi e non sembrano pensati per accrescere la competitività

di Maurizio Maresca

(David Carillet - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dal punto di vista del diritto dell’Unione europea e del diritto internazionale il Piano italiano di attuazione del Next Generation Eu sembra davvero poco ambizioso specialmente per quanto riguarda l’attuazione delle politiche europee (industria, trasporti, ambiente, tecnologie e crescita), i progetti e le riforme.

In primo luogo questa potrebbe essere l’occasione per rilanciare una politica industriale e dei trasporti nazionale coerente con le scelte dell’Unione. Una risposta parrebbe davvero necessaria, ad esempio, per quanto riguarda (i) la politica industriale: e quindi il riassetto, anche attraverso la collaborazione fra pubblico e privato, delle imprese competitive sul piano globale, di comparti connotati da attori troppo deboli seppure di assoluta efficienza e reputazione (l’agroalimentare, il turismo, l’industria, la logistica), e la difesa nel caso di investimenti stranieri e politiche abusive; (ii) la ricerca scientifica: oggi debole anche perché frammentata; (iii) le infrastrutture e i trasporti: l’attuazione delle politiche di cui al Regolamento 1315 del 2013, il riordino delle autostrade con l’obiettivo del Servizio di interesse economico generale (Sieg), la riforma dei porti perché siano coordinati in funzione di una strategia comune anche innovando gli strumenti di governance spesso segno di contraddizione, la promozione dell’intermodalità per il riequilibrio modale e la regolazione del trasporto aereo dove il ruolo di Alitalia pare oggettivamente poco giustificabile alla luce delle norme in materia di concorrenza). Non dimentichiamo che l’art.4.3, Tfue prevede che gli Stati membri «facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione».

Loading...

In secondo luogo i singoli progetti anticipati non sembrano produrre né crescita né competitività. Si tratta spesso di progetti vecchi, rivolti a risolvere problemi sociali e non alla crescita economica, talora apparentemente concordati con i singoli territori perché nulla cambi. Inoltre, nella maggior parte dei casi, si tratta di progetti che difficilmente si realizzano nei tempi coerenti con la programmazione europea (anche a causa della insufficienza delle norme nazionali in materia di contratti pubblici). È vero che gli investimenti nelle opere strategiche e nelle infrastrutture sono difficilmente misurabili con una tradizionale analisi costi benefici. Ma il Ngeu, che fissa un orizzonte a brevissimo termine (le risorse devono essere spese entro il 2026), prevede si provi alla Commissione il beneficio specifico.

In terzo luogo vanno predisposti gli schemi delle riforme richieste dalla Commissione: la giustizia in primis, per assicurare il rispetto della rule of law e rafforzare la qualità (non meno importante della speditezza del processo), il riordino della funzione di amministrazione e regolazione pubblica (come auspica Giancarlo Montedoro in un suo scritto «un’amministrazione ben temperata per un capitalismo dalla vista lunga»), l’Università e la ricerca davvero orientate al merito e, come si osservava, la disciplina di appalti e concessioni. Non dimentichiamo che l’utilizzo delle risorse europee dovrà essere coordinato, non solo con le fasi dei progetti, ma anche con la realizzazione delle riforme convenute.

Non si tratta di un percorso facile. Ma il Ngeu resta un’occasione che merita di essere colta anche ricorrendo a strumenti organizzativi straordinari: sarebbe gravissimo se fra cinque anni il nostro Paese si trovasse gravato da un debito ulteriore di 100/150 miliardi senza avere risolto nessuno dei suoi problemi. Quindi inizia ora la fase della costruzione del Piano vero e proprio: nella quale la Commissione europea svolge un ruolo centrale. I gabinetti e le direzioni generali della Commissione coinvolti nella trattativa, essenzialmente Affari economici, Concorrenza, Mercato interno, Riforme e bilancio, sono già al lavoro. Si tratta di economisti e giuristi di sicura esperienza e professionalità, pienamente inseriti in circuiti accademici di qualità e autori di importanti contributi scientifici sulle riforme e sui progetti Ngeu. Il nostro Paese è a sua volta rappresentato, nella trattativa, da personalità di altrettanta reputazione professionale e scientifica. Una collaborazione professionale, leale e generosa - richiamata ieri anche dal commissario Gentiloni - assicura, infatti, un Piano condiviso, una politica industriale comune, singoli progetti orientati alla crescita e alla competitività e specialmente le riforme necessarie. Si tratta, in breve, di costruire fra Bruxelles e Roma in uno spirito di fiducia reciproca: con la speranza che la politica migliore aiuti.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti