Frontiere del capitalismo

Un programma per il fondo sovrano made in Italy

di Bernardo Bortolotti

3' di lettura

Nel dibattito sulle frontiere del capitalismo di stato alla luce della pandemia, si inizia a parlare di un fondo sovrano italiano. Anche se non esiste una definizione ufficiale, il fondo sovrano è un’istituzione finanziaria promossa e partecipata dallo Stato la cui attività esclusiva consiste in una gestione patrimoniale realizzata con un certo grado di autonomia nei confronti della politica e delle altre istituzioni finanziarie dello Stato. All’interno di questa ampia cornice, ritroviamo i grandi fondi nati dall’accumulazione della rendita petrolifera o degli avanzi commerciali, come il fondo norvegese GPFG, l’emiratino ADIA, o il China Investment Corporation, ma anche i cosiddetti “fondi sovrani strategici”, istituiti per promuovere lo sviluppo dell’economia nazionale attraverso politiche mirate di investimento. Tipicamente hanno origine dal conferimento di proventi delle privatizzazioni o partecipazioni da parte di ministeri o altri enti pubblici. La maggior parte dei fondi sovrani di più recente costituzione appartiene a questa tipologia e oggi se ne contano 34 in attività, fra cui gli “storici” Temasek di Singapore e Mubadala di Abu Dhabi e l’appena costituita Indonesian Investment Authority.

L’esperienza dei fondi sovrani strategici è una storia di luci ed ombre. Uno dei casi di fallimento più eclatanti è stato 1MDB, il fondo di sviluppo malese al centro di uno scandalo finanziario che ha messo in ginocchio l’economia del Paese, costretto alle dimissioni il suo presidente corrotto e scalfito profondamente la reputazione del suo advisor, Goldman Sachs. Altri hanno avuto migliore fortuna, come l’irlandese ISIF. Inizialmente istituito come cassaforte temporanea delle azioni che il Tesoro deteneva nelle banche salvate dalla crisi finanziaria, poi è cresciuto in termini di patrimonio gestito e di diversificazione del portafoglio, generando rendimenti finanziari e un significativo impatto occupazionale nell’economia irlandese.

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Al di là dei singoli casi, l’analisi economica dei fondi sovrani indica alcuni principi che dovrebbero ispirare le scelte di investimento dei fondi strategici. Un primo criterio fondamentale è l’addizionalità, cioè la focalizzazione su quei progetti che per lunghezza dell’orizzonte temporale o livello di rischio non si potrebbero realizzare senza il coinvolgimento del capitale pubblico. Il fondo sovrano dovrebbe quindi intervenire principalmente quando si riscontra un fallimento di mercato, evitando di entrare in concorrenza o spiazzare gli investitori privati. La struttura finanziaria di queste operazioni dovrebbe al contrario favorire il crowding in, cioè l’attrazione di capitali privati attraverso formule che assorbano una parte di rischio e/o forniscano garanzie implicite. La stessa logica consentirebbe di attrarre co-investimenti da parte di fondi sovrani (strategici o non) di altri Paesi, in operazioni ben orchestrate di diplomazia economica che favoriscano anche l’internazionalizzazione delle aziende target.

Gli investimenti dovrebbero comunque risultare finanziariamente sostenibili: anche se non sempre in grado di generare rendimenti di mercato, i ritorni dovrebbero essere almeno superiori al costo del servizio del debito pubblico valutando contestualmente l’impatto economico, sociale e ambientale.

Nella parte del discorso di insediamento dedicata alla crisi economica, il presidente Draghi ha affermato che «la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento sarà il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi». Il governo sarà quindi presto chiamato a compiere un “triage economico” non meno drammatico di quello sanitario, stabilendo quali imprese meritino di essere salvate attraverso un’iniezione di capitale pubblico e quali invece debbano essere lasciate fallire. Questo è il delicato compito affidato a Patrimonio Destinato, il nuovo strumento per il rafforzamento patrimoniale delle imprese colpite dalla pandemia, inserito nel decreto Rilancio e confermato dal nuovo governo. La sua missione è del tutto coerente con il mandato di un fondo sovrano strategico e potrebbe rappresentare l’embrione della futura Italian Sovereign Investment Authority. Una volta stabilizzate le imprese in portafoglio e contribuito a far uscire il Paese dalla recessione, potrebbe valorizzare le partecipazioni mettendole sul mercato, aprire il capitale alla Banca d’Italia, a fondi pensione, compagnie assicurative e fondazioni bancarie, favorendo una gestione centralizzata di progetti infrastrutturali in vista del Recovery Fund e divenendo il punto di accesso privilegiato per investitori istuzionali internazionali interessati a coinvestimenti nel mercato italiano. Se sarà una nuova IRI o un nuovo Temasek dipenderà da quanto il governo sarà in grado di proteggerlo dagli interessi di breve termine della politica.

Direttore Sovereign Investment Lab, Università Bocconi e New York University, Abu Dhabi

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