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Un rifugio dentro la montagna per ritrovare se stessi e il proprio ritmo

Vetro, cemento e larice scandiscono il ritmo di un'ospitalità integrata nei profumi e nei boschi della Vallée de Joux. Terra di alberi sonori ed erbe aromatiche che chef e mixologist traducono in firme olfattive e gourmet

di Cristina D'Antonio

L'Hôtel des Horlogers, certificato Minergie-ECO, accosta vetro, cemento e larice. Foto Christophe Voisin.

4' di lettura

C'è una valle incantata che diventa di marmo in inverno e di muschio in estate. Una terra remota, incastonata in una selva antica dove crescono gli abeti di risonanza. Alberi lenti, perché il terreno calcareo non regala l'acqua. Alberi preziosi per i liutai, che vengono a cercarli nelle conche più nascoste e odorose di resina. È la Vallée de Joux e i boschi appartengono al Risoud, una delle foreste non frazionate d'Europa, nel cantone del Vaud. È un angolo di Svizzera al confine con la Francia, a cui è stato dato il soprannome di Seconda Siberia: la temperatura media annuale è di sei gradi, l'ideale per il gallo cedrone, che nel silenzio cerca mirtilli e ragni, il suo pranzo e la sua cena.

L'auto procede piano, sfiorando le linee dei sentieri che hanno visto passare i soldati di Napoleone, generazioni di contrabbandieri, i partigiani della Seconda guerra mondiale. In un punto sulla mappa, a 1.033 metri di altitudine, c'è il villaggio di Le Brassus. E lungo la strada principale, la destinazione del viaggio: l'Hôtel des Horlogers progettato da BIG, lo studio danese di Bjarke Ingels, per Audemars Piguet. Il nuovo ha spazzato il vecchio: il precedente Hôtel des Horlogers, lontano da ogni aspirazione di sostenibilità, e lo storico Hôtel de France, del 1857, di cui restano le foto virate seppia. Alberghi per amanti della natura, principalmente fondisti e camminatori. Prima ancora c'erano solo le case dei contadini: quando Goethe venne a scalare la vetta del Dent de Vaulion, dormì da loro e ne scrisse sui taccuini di viaggio. Ma mentre i poeti passeggiavano in montagna, gli abitanti della valle, i Combiers, pensavano a come con traslare la povertà imparando a costruire complicazioni.

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Un dettaglio della hall dll'hotel.

 

È stata quella maestria ad attirare Jules Louis Audemars e Edward Auguste Piguet: venuti nel 1875 per accordare le reciproche competenze, apriranno qui la loro manifattura. Ci siamo, annuncia l'autista. L'Hôtel des Horlogers non ha insegna, ma è inconfondibile. Vetro, cemento e larice. Toni di grigio e trasparenze. Il paesaggio esterno come elemento di arredo interno. L'unicità dell'edificio è data, innanzitutto, dal progetto: grazie all'adozione di una serie di piani a zig zag, diretti verso la conca del fondovalle, l'albergo segue la topografia del versante a cui si appoggia. La pendenza è doppia, in verticale e nei passaggi diagonali. Se venisse fatta cadere una biglia dal tetto, scivolerebbe lungo i corridoi, fino al piano terra. Se la biglia fosse uno sciatore, potrebbe uscire dalla porta-finestra della propria camera, imboccare la passerella tracciata sulla facciata e puntare direttamente alle piste del fondo.

Il ristorante interno Le Gogant, affidato allo chef stellato Emmanuel Renaut.

 

All'arrivo dei loro primi ospiti, architetti e interior designer stanno ancora verificando alcuni dettagli: Daniel Sundlin, partner di BIG, e Michel Cuendet di CCHE, lo studio di Losanna che ha seguito le operazioni sul campo, hanno addosso l'eccitazione dell'ultima prova d'orchestra. Hanno lavorato oltre quattro anni per arrivare alla certificazione Minergie-ECO, la più ambita, valida quando i materiali usati garantiscono la salute degli abitanti, il rispetto dell'ambiente e un bilancio energetico pari a zero. Da qui, la scelta del cemento, ignifugo e fonoassorbente, e del larice, invecchiato preventivamente all'aria aperta per evitare vernici di protezione. Pannelli fotovoltaici e teleriscaldamento, materiali biodegradabili invece della plastica, la decisione di offrire da bere l'acqua della valle: in architettura e nel design la via alla sostenibilità è fatta di strategie globali e di piccole decisioni quotidiane. Anche una matita può fare la differenza: André Cheminade, general manager dell'Hôtel des Horlogers, ne solleva una. Contiene dei semi: infilata nella terra, farà crescere una pianta di timo.

Una tipologia di camera.

 

BIG e CCHE, che avevano già collaborato per la realizzazione del Musée Atelier Audemars Piguet poco distante – una spirale di vetro che si regge sulle curve della sua stessa struttura – mostrano piante e proiezioni ortogonali, un intrico di linee che generano 50 stanze, di cui 12 suite, con cubature sempre diverse e tutte su un piano sfalsato rispetto alle camere vicine. Una follia, ammettono gli architetti con il sollievo di chi sa di aver compiuto l'impresa di una vita. Comune denominatore di questi spazi, la vetrata che si affaccia sulla valle, il bosco e il profilo della catena del Giura. L'interior design, creato su misura dallo studio AU*M di Pierre Minassian, ne riprende l'immagine e la riflette, puntinata, sulle parete opposta. Sopra al letto, quattro grandi foglie di farfaraccio, pianta conosciuta da Galeno, danno forma ad altrettanti punti luce che proteggono idealmente dalle bizze del destino. I soffitti, alti fino a sei metri nella parte centrale dell'edificio, si abbassano negli spazi ai lati, le zone riservate alla socialità: il ristorante Le Gogant, affidato allo chef stellato Emmanuel Renaut, il Bar des Horlogers, la Spa per otto persone, la sala fitness e i salottini con i libri lasciati per i momenti di relax.

il Musée Atelier Audemars Piguet, poco distante dall'Hôtel des Horlogers, con la forma a spirale che sembra emergere dal prato. Foto Iwan Baan.

 

L'identità olfattiva ha l'accordo legnoso dell'abete rosso, del pino cembro e del muschio che si svegliano ai primi raggi del sole (è il Sunrise 25 messo a punto da Kukui), ma piante e profumi della valle sono un richiamo continuo: si trovano nella mixology alle erbe con cui si può cenare (si consiglia l'Americano in versione mocktail), nei prodotti Alpeor della zona benessere, nelle minuscole pigne che la brigata di Renaut cucina quando è stagione. «Ci piaceva immaginare un mondo di fantasia, in cui le cose sono sottosopra», riprende Minassian. E infatti l'ingresso dell'Hôtel des Horlogers è come la tana del Bianconiglio: radici d'albero fuori misura galleggiano nell'aria, mentre una parete di fili sottili richiama le ife, le ramificazioni che i funghi simbiotici usano per comunicare con le piante del bosco. Per il ristorante il designer ha invece pensato al lago di Joux: la sua sagoma, ribaltata e perlacea come l'interno dell'ostrica, avvolge le luci sui tavoli. Dan Holdsworth, che ha imparato a osservare la realtà dal padre scienziato, ha collaborato per anni con i geologi: voleva comprendere fino in fondo la bellezza di queste lande, specie nelle ore meno scontate. Vallée de Joux, la sua serie fotografica, è stata la prima opera d'arte commissionata da Audemars Piguet, nel 2012. Guardandola, si sente quasi il canto dell'abete del Risoud: e l'incantesimo continua.

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