corporate social responsibility

Un sistema fiscale più vicino alle imprese socialmente responsabili

L’emergenza Covid ha evidenziato i limiti di un ordinamento che non riconosce ambizioni e meriti dei privati che guardano al di là dei profitti

di Carlo Galli

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(ANSA)

L’emergenza Covid ha evidenziato i limiti di un ordinamento che non riconosce ambizioni e meriti dei privati che guardano al di là dei profitti


3' di lettura

L’emergenza Covid-19 è stata in parte alleviata dall’azione di molte imprese che hanno contribuito direttamente alla gestione della crisi, mediante donazioni di denaro, beni e servizi. Chi ha acquistato mascherine, ventilatori o apparecchi medicali per donarli alla Protezione civile o alle strutture sanitarie – non limitandosi a donazioni in denaro, ma affrontando l’onere di reperire e gestire la fornitura – ha tuttavia dovuto districarsi tra limitazioni sostanziali e gravosi oneri procedurali per poter dedurre il relativo costo e, con ulteriori difficoltà, detrarre l’Iva. Patendo, nella migliore delle ipotesi, ritardi nell’attuazione di interventi che invece richiedono la massima celerità.

L’esperienza conferma il generalizzato sfavore dell’ordinamento tributario verso ogni utilizzo di risorse aziendali per finalità diverse dal lucro diretto, trattando i relativi costi come non deducibili in quanto “estranei” all’esercizio dell’impresa, e l’Iva relativa come generalmente non detraibile. Le difficoltà si attenuano in caso di mere liberalità in denaro a specifici enti pubblici o del Terzo settore, o aventi a oggetto beni e servizi prodotti dall’impresa, ma sempre tra molte limitazioni sostanziali e procedurali. Anche norme ad hoc del decreto Cura Italia e decreto Liquidità hanno alleviato solo in parte il peso del fisco sulla generosità delle imprese.

L’emergenza sanitaria ha messo in luce il ruolo dell’impresa moderna e responsabile, attenta non solo alla massimizzazione del profitto. Che, attraverso la creazione di esternalità positive, si impegna per creare valore non solo per azionisti, dipendenti e altri stakeholder diretti ma, più diffusamente, per la comunità che abita e per il tessuto sociale di cui è parte sempre più attiva. Che, su base volontaria, sostiene direttamente la ricerca e la sanità, la scuola e l’istruzione, la protezione e valorizzazione del patrimonio culturale, la tutela ambientale ed il progresso sociale.

Anche nella consapevolezza che la corporate social responsibility, sempre più importante nei moderni modelli valoriali di business, non è fine a sé stessa: attraverso una gestione attiva del proprio bilancio sociale, l’impresa può produrre utilità economiche e accrescere il proprio valore nel lungo termine. Come testimoniato dalla diffusa tendenza a qualificare la propria offerta commerciale all’insegna della “sostenibilità”.

Il sistema fiscale in vigore, di contro, non riconosce né valorizza l’azione dell’impresa impegnata direttamente a creare esternalità positive (non limitandosi a dare denaro a soggetti formalmente riconosciuti meritevoli). Il diritto societario, con il codice etico o l’informativa non finanziaria per gli enti di interesse pubblico, si presenta più moderno, recando anche una delle prime discipline al mondo delle “società benefit” – società che hanno tra i propri fini istituzionali, accanto al fine di lucro ma non subordinato ad esso, il perseguimento di finalità di beneficio comune e operano istituzionalmente in modo responsabile – recata dalla Legge di Stabilità 2016; che però non beneficiano di una specifica disciplina fiscale che ne riconosca, premiandole, le finalità non lucrative.

Il Paese può invece spingere sulla leva fiscale quale strumento che strutturalmente, e non solo in occasione di emergenze sanitarie o calamità naturali, valorizzi la creazione di esternalità positive da parte del privato, creando i presupposti per una nuova convergenza di interessi di lungo periodo tra Stato e impresa, incentivando lo sviluppo di modelli valoriali aziendali che pongano al centro la creazione di esternalità positive. Un sistema che incentivi l’“azione” più che la “dazione” delle imprese, sprigionandone le capacità organizzative e gestionali, non solo finanziarie. In cui il mecenatismo sociale, culturale, scientifico o sportivo sia incoraggiato e non trattato alla stregua di mera attività di rappresentanza, fiscalmente penalizzata.

Per iniziare basterebbe poco: riconoscere finalmente, anche in via interpretativa, che il fare impresa nel XXI secolo comporta naturalmente il perseguimento di fini diversi dal lucro diretto, per cui le iniziative di responsabilità sociale debbano considerarsi proprie dell’impresa tanto quanto le attività lucrative, in coerenza con i princìpi dell’articolo 41, ultimo comma, della Costituzione.

Nel medio termine, si potrebbe pensare con più ambizione a un sistema che non si limiti a rimuovere gli ostacoli, ma promuova attivamente la responsabilità sociale d’impresa. Se ben orientato, calibrando opportunamente le tax expenditure, porterebbe alla creazione di un circolo virtuoso in cui il pubblico incentiva, a un costo relativamente modesto, e il privato organizza e realizza, sostenendo la parte preponderante dei costi espliciti e impliciti. Promuovendo l’emersione di una nuova generazione di imprese sempre più responsabili, a tutto vantaggio della collettività.

Avvocato e dottore commercialista - Clifford Chance

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