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Un sistema inceppato tra emergenza e normalità

Un degrado crescente, di ruolo e personale, della rappresentanza parlamentare ha portato ad una vera e propria guerra per la conquista del consenso

di Montesquieu

(ANSA)

3' di lettura

Giuristi importanti, sui maggiori quotidiani, sottolineano il rischio che il Parlamento sia ridotto a un luogo dove si vota solamente (l’orrendo”votificio”): senza dibattere, discutere, informare. Non a caso lo si è chiamato Parlamento. Per inciso, in un momento di precarietà di tale veemenza e incertezza, ci si potrebbe anche accontentare di deliberare qualcosa con le necessarie garanzie. I decreti legge, con la certezza dei termini costituzionali per la loro conversione in legge; ma anche gli eventuali imprevisti, sempre possibili, ad esempio in politica estera.

Gli atti, in sostanza, che possono essere deliberati solo dal Parlamento, e in ordine ai quali i governi tendono infatti a marginalizzare il ruolo delle Camere. Quello della prevaricazione degli esecutivi sui legislativi è un fenomeno in espansione in tutti, o quasi, gli ordinamenti democratici: e che non è adeguatamente fronteggiato, massimamente in un sistema nettamente parlamentare come il nostro. Il tutto avviene attraverso un processo a tenaglia di identificazione delle camere con le maggioranze delle stesse, e di soggezione prona delle maggioranze e dei parlamentari al capriccio dei governi.

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Così sono, ad esempio, evaporati dagli ordini del giorno delle camere i solenni dibattiti che hanno infiammato la esemplare (sotto questo profilo) “ prima repubblica”; si è concretizzato lo stravolgimento della funzione inquirente, da strumento di garanzia delle minoranze a manganello per domarle, opposizioni, in virtù dei potentissimi e appetibili mezzi di cui dispongono le commissioni di inchiesta; ancora, e soprattutto, lo sviamento dell’intero procedimento legislativo dal parlamento all’esecutivo, con la finzione del terreno di gioco nelle assemblee legislative, e i giocatori di ruolo ridotti a patetici burattini teleguidati e privati di qualsiasi brandello di quell’autonomia sulla carta garantita dall’art.67 della Costituzione.

Pensare di ribaltare questo sovvertimento in un momento in cui l’obiettivo realistico è quello di non consentire al virus di chiudere anche la sede della democrazia - oltre a negozi ,uffici, scuole e financo parchi - è patetico e velleitario. Ma le voci degli studiosi che oggi chiedono di non trasformare le camere in un votificio, le voci di tutti saranno necessarie al fine di ripristinare nei fatti un decente rispetto reciproco tra le istituzioni; e soprattutto del governo verso il parlamento. Ma a rischiare sono, nell’ordine, magistratura e Corte costituzionale.

Peraltro, l’immagine dell’orco governo che rincorre e azzanna le altre istituzioni, se non accompagnata dalla ricerca delle concause, e dalle tante attenuanti dei governi di questi settant’anni di democrazia, si rivela semplicistica e grossolana, e soprattutto istituzionalmente faziosa. I tifosi del parlamento contro i tifosi del governo? Non è azzardato temerlo. Certo, Mario Segni, con i suoi referendum, la sua vita politica spesa contro gli scompensi del nostro sistema istituzionale, non aveva torto nel ravvisare nella “centralità del Parlamento” un tarlo della inefficienza del nostro sistema. Ma un brusco rovesciamento a tutto vantaggio dell’esecutivo, affidato non a una correzione equilibrata di delicati meccanismi costituzionali, ma agli effetti dell’impetuoso biennio 1992-1993, e ai connotati di un nuovo assetto politico sorto per piegare agli interessi di partito l’impianto delle relazioni istituzionali, ha fatto sì che dalla “centralità del parlamento”, si passasse d’un tratto ad una pretesa “centralità del governo”. Facendo torto, in entrambi i casi, a un impianto costituzionale bilanciato, e quindi privo di gerarchie nel sistema delle istituzioni.

Conseguenza, in questa sintetica e quindi sommaria ricostruzione, un sistema inceppato, gravemente colpevole della crisi dell’intero Paese. Nel quale i partiti operosi e comunitari immaginati dall’art. 49 della costituzione, sorti su una base di comune affinità costituzionale, si sfigurano e divengono imprese monocratiche irrispettose l’una dell'altra, impegnate in una sfida continua . Che un degrado crescente, di ruolo e personale, della rappresentanza parlamentare ha ridotto a vera e propria guerra per la conquista del consenso. Uomini saggi ci vorrebbero per rimettere insieme i fili di una sistema sfibrato. Fortunate coincidenze hanno voluto che a contenere le spinte disgregatrici fossero chiamati quattro convinti garanti della Costituzione. Non basta, ma è quasi un miracolo che sia successo.

montesquieu.tn@gmail.com

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