Global View

Un sistema di maxi-deduzioni per premiare le imprese virtuose

di Andrea Silvestri


(Agf creative)

3' di lettura

Più rapido, più globale, più fluido negli scambi e nella possibilità di spostare la propria ricchezza ovunque. Questo è il mondo economico di oggi, nel quale è divenuto sempre più agevole fare business crossborder allocando le funzioni nelle sedi più convenienti in termini di tassazione e incentivi a produrre «proprio lì», secondo le logiche di una sfida ad armi pari fra più Paesi.

In questa sfida la competitività fiscale gioca un ruolo fondamentale perché rappresenta il biglietto da visita più immediato agli occhi delle imprese. È già così in un’economia tradizionale, ma il fenomeno diventa ancora più significativo nell’era dell’economia digitale, dove sono i beni intangibili a rappresentare il valore decisivo per un’impresa.

La prima direttrice lungo cui muoversi per consentire all’Italia un percorso di crescita in un mondo sempre più complesso e competitivo riguarda la politica fiscale, e persegue l’obiettivo di favorire la produzione di ricchezza in Italia, mediante la riduzione delle imposte sulla produzione bilanciata dalla maggiore tassazione sulle transazioni.

Ma perché concentrarsi sulle attività di impresa? La risposta è duplice. Anzitutto, perché la ricchezza generata dalle imprese beneficia il sistema economico a tutto tondo, dalla creazione di posti di lavoro alle professioni che operano a supporto delle imprese. E poi, perché è nell’attrazione delle attività d’impresa che si gioca in primis la competizione con gli altri Paesi. Le attività di impresa sono estremamente mobili, molto di più delle persone fisiche. Per queste ragioni, è necessario ridurre il carico fiscale sulle imprese. Ma bisogna farlo subito, senza rincorrere gli altri Paesi ex post.

L’impatto sul gettito complessivo non è così drammatico, perché l’Ires non incide in maniera così significativa sulle entrate dello Stato. Nel 2017 il gettito Ires è stato di “soli” 35 miliardi di euro a fronte di un gettito tributario complessivo di circa 455 miliardi di euro. Quello che ipotizzo è una riduzione di un terzo del carico Ires, pari a uno sconto di circa 12 miliardi di euro.

La modalità più immediata sarebbe la riduzione dell’aliquota, che passerebbe dal 24% a circa il 15-16. Tuttavia, questa modalità agevolerebbe in modo uguale tutte le imprese, da quelle che investono molto a quelle che investono il minimo, da quelle più competitive nei mercati internazionali a quelle che si adagiano su rendite di posizione, da quelle che danno e generano lavoro a quelle che invece non hanno dipendenti e restano de facto non operative.

Meglio allora mantenere l’aliquota invariata e concentrare la riduzione per favorire alcuni specifici fattori di particolare rilievo nell’ottica competitiva del Paese o in un’ottica sociale.

Utilizzando, almeno in parte, un sistema di deduzioni maggiorate. Così, ad esempio:

1 Il costo del lavoro beneficerebbe di una extra deduzione. Ad esempio, gli stipendi erogati dalle imprese a lavoratori con contratti a tempo indeterminato garantirebbero una deduzione del 150% del costo e quelli a favore di dipendenti sotto i 35 anni del 250%. In questo modo si ottiene, operando sul lato Ires, una sostanziale riduzione del costo del lavoro, favorendo l’occupazione.

2 Gli investimenti in beni strumentali devono essere agevolati in via stabile attraverso una extra-deduzione rispetto al costo di acquisto. Si potrebbe continuare “a sistema” con l’iperammortamento al 250% per i beni strumentali compatibili con l’industria 4.0 e ad aliquote più basse – ma superiori al 100% – per altri beni strumentali.

3 Potrebbe essere altresì agevolato sempre con l’extra–deduzione l’acquisto di brevetti o altri intangibili utilizzati nell’ambito dell’attività produttiva. La competitività delle imprese dipende sempre di più dagli intangible che queste detengono o sviluppano.

4 Sempre in via stabile, devono essere favoriti – attraverso l’extra-deduzione – tutti i costi sostenuti per la digitalizzazione. Non solo gli investimenti, ma anche le spese di esercizio. Così, le imprese italiane verrebbero incentivate a investire sul digitale, cosa che oggi fanno in misura minore rispetto alle imprese di altri Paesi.

5 Altri fattori produttivi possono essere agevolati in questo modo, ad esempio il sostenimento di spese di ricerca e sviluppo. In questo caso è preferibile il sistema del credito d’imposta, come quello già oggi utilizzato. Tuttavia, a mio giudizio va abbandonato il meccanismo incrementale (si agevolano solo le spese sostenute in eccesso rispetto alla media degli ultimi anni), per passare a un meccanismo che fornisce più certezza agli operatori economici. Ad esempio, tutte le spese di ricerca e sviluppo danno diritto a un credito d’imposta pari al 30% del loro importo, indipendentemente dall’ammontare delle spese sostenute negli anni prima.

Tutte le misure di cui sopra devono essere a sistema, e non a termine.

Questa proposta, con altre misure egualmente necessarie, migliorerebbe la competitività delle nostre imprese e aiuterebbe lo sviluppo economico del nostro Paese.

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