La governance dell’Unione

Un solido quadrilatero per dare voce e idee alla Ue del dopo Covid

di Mario Baldassarri

(Adobe Stock)

4' di lettura

A fronte della globalizzazione, Donald Trump ha abbandonato il multilateralismo e scelto il bilateralismo, per di più a singhiozzo, soprattutto verso Cina e Russia. Nella Storia, il bilateralismo ha funzionato una sola volta con gli Orazi e Curiazi. Sono poi seguiti millenni nei quali chiunque ha capito che «l’unione fa la forza», motto declinato in tutte le lingue e a tutte le latitudini.

L’Europa deve capire bene la lezione di Trump per non ripeterla mai, né all’esterno, né al proprio interno. Da almeno 20 anni la globalizzazione richiede un nuovo governo del mondo. Il G7 è “piccolo e vecchio”. Il G20 è troppo largo e appare come una riunione condominiale che non tiene conto dei millesimi di proprietà. È necessario un G8 di cui facciano parte Usa, Cina, India, Russia, Giappone, America Latina, Africa e Ue. Nel nuovo G8 l’Europa ha un posto solo: o c’è come entità politica oppure… non c’è. L’Europa non deve commettere l’errore di Trump neanche al suo interno. Gli accordi bilaterali sono importanti. Lo è stato quello antico tra Francia e Germania. Lo dovranno essere quello del Quirinale tra Francia e Italia e quello eventuale tra Germania e Italia. Ma questi accordi devono essere tasselli fondanti di una strategia interna “multilaterale”.

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Qui però occorre fare un primo punto di chiarezza: su quale base di partenza poggiare la costruzione della nuova Europa? Perseverare nel criterio dell’unanimità sarebbe rinunciare per decenni alla costruzione, mentre il mondo andrebbe avanti lo stesso. Occorre un principio di maggioranza almeno su una piattaforma comune da proporre ai membri dell’Unione o, in un primo tempo, ai membri dell’eurozona. Occorre cioè un solido Quadrilatero (Italia, Germania, Francia, Spagna) come iniziale multilateralismo interno europeo. Questi quattro Paesi rappresentano il 65% del Pil e il 60% della popolazione dell’Ue e pesano ancor più nell’Area euro. Date le sue dimensioni geografiche, economiche e sociali questo Quadrilatero deve prima concordare una sua piattaforma comune per poi proporla in discussione agli altri membri.

Di fronte alla pandemia l’Unione ha fatto un primo salto di qualità. Ha sospeso il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht. Alla politica monetaria della Bce, ha affiancato il Ngeu come embrione di una nuova politica di bilancio europea con l’inizio di un debito pubblico comune. Il Ngeu, con i suoi 750 miliardi di prestiti e trasferimenti dei quali però solo 570 sono stati richiesti dai singoli governi nazionali, è per ora uno strumento una tantum, seppure spalmato nei prossimi sei anni, con una attivazione di risorse sopra i 100 miliardi all’anno. È evidente che può dare un importante impulso alla ripresa dando forza alle politiche economiche dei singoli Paesi. Tale impulso però, se restasse una tantum, esaurirebbe il suo effetto nei pochi anni previsti per la sua attuazione. E dopo?

È urgente pensare subito a due cose: come rendere permanente il Ngeu e come ridefinire i parametri di un nuovo Patto di stabilità e crescita. L’attuale bilancio ordinario europeo 2021-2027 è pari a circa 150 miliardi di euro all’anno (l’1% del Pil dell’Unione), è totalmente finanziato da trasferimenti da parte dei singoli Stati ed è in pareggio non prevedendo l’accensione di nessun debito comune.

Il “compito” dell’Ue è ora quello di “raddoppiare” il bilancio ordinario, aggiungendo a quello esistente, un vero bilancio federale di altri 150 miliardi di euro all’anno, coperto in parte con entrate proprie dell’Unione e in parte accendendo un debito comune federale. Si tratta cioè di avere un Ngeu permanente e non una tantum. La Ue avrebbe così un bilancio poco sopra al 2% del proprio Pil, ancora ben lontano dal 25% del bilancio federale degli Stati Uniti, ma sarebbe la pietra d’angolo dell’Europa federale nel XXI secolo.

Dal nuovo Patto di stabilità vanno escluse dal deficit le spese per investimenti e nei bilanci pubblici va sostituito il parametro dell’Avanzo primario (privo di basi teoriche ed empiriche) con quello dell’Avanzo di parte corrente (risparmio pubblico) e per ogni 1% di Avanzo corrente (autofinanziamento) si può permettere il 2% di investimenti pubblici in più, in parte finanziati in deficit.

Si tratta di introdurre una Platinum rule ancor più efficace e rigorosa della Golden rule che indicava di lasciare gli investimenti pubblici fuori dal conto del deficit, trascurando la parte corrente del bilancio. La Platinum Rule non sarebbe altro che l’inserimento di una solida leva finanziaria nelle decisioni di politica di bilancio pubblico. Sarebbe come per le famiglie quando decidono di comprare una casa pagando un anticipo del 30% del costo e accendendo un mutuo per il 70%. In sintesi, un Paese virtuoso e rigoroso avrebbe il 3% di deficit tutto dovuto a investimenti e, qualora presenti un avanzo corrente dell’1% del Pil, potrebbe aggiungere un altro 2% di investimenti. Totale: 5% di Pil di investimenti pubblici, con un deficit totale pari a “solo” il 4% del Pil perché autofinanziato con l’1% di avanzo corrente. Il suo debito pubblico sarebbe sostenibile perché il rapporto debito/Pil sarebbe in continua riduzione dovuta a un sostenuto tasso di crescita che fa aumentare il denominatore (Pil) di più rispetto al numeratore (debito).

Ecco perché, con tutta la flessibilità necessaria, il Quadrilatero si deve assumere la responsabilità di una concreta proposta nella consapevolezza che, alla fine del giro, chi ci sta ci sta. Senza, l’Europa rischia di essere una entità in dissolvenza nella realtà globale nella quale sono entrati interi continenti e 5 miliardi di persone in Asia, Africa e America Latina.

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