il progetto

Un think tank di 40 aziende per il ritorno dei talenti

di Marta Casadei


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(Marka)

3' di lettura

Che sia per il clima, per la nostalgia di casa o per la voglia di investire nel Paese che, per primo, ha puntato su di loro con la formazione, poco importa. Il fatto è che 75 giovani italiani su 100, tra quelli che si sono trasferiti oltre confine, vorrebbero tornare in patria. Alle giuste condizioni, ovviamente, e con, all’orizzonte, una serie di opportunità. Come, per esempio, un’offerta professionale equivalente, sul piano economico e di responsabilità, a quella che hanno al momento e con prospettive di crescita futura.

Il dato è contenuto nella ricerca «Talenti italiani all’estero. Perché tanti partono e pochi ritornano», a cura dell’ufficio studi di Pwc, che verrà presentata questa mattina a Milano da Andrea Toselli, amministratore delegato della società di consulenza. La ricerca, condotta su un panel di 130 giovani italiani (di cui il 43% ha meno di 30 anni e il 90% ha una laurea) emigrati in 20 diversi Paesi, mette in luce anche le ragioni della “fuga”: uno su due è andato all’estero per la debolezza del mercato del lavoro interno.

L’occasione per parlare di talenti che vanno e talenti che potrebbero tornare (o arrivare dall’estero) è la presentazione di Talents in motion, un progetto che ha come obiettivo quello di promuovere le eccellenze italiane per attrarre giovani professionisti nel nostro Paese.

A sostenere quest’iniziativa - che ha una forma “ibrida”: è, insieme, un think tank e una piattaforma - sono le realtà che hanno più bisogno di linfa nuova e di personale qualificato, con esperienze internazionali alle spalle: le aziende.

Per ora il progetto coinvolge 40 realtà tra grandi imprese e associazioni, tra le quali Enel, Intesa Sanpaolo, A2A, EY, Unicredit, Leonardo, Coca Cola Hbc, Sea, Confindustria Digitale, Anitec-Assinform. Ma l’obiettivo a breve termine è quintuplicare questo numero: «Entro la fine del 2020 - dice Patrizia Fontana, presidente di Talents in motion - vorremmo raggiungere quota 200 aziende, con focus sulle Pmi, sull’intero sistema universitario e sul mondo istituzionale, per rendere visibili le realtà aziendali agli occhi dei talenti che vivono e lavorano all’estero».

La fuga dei cervelli affligge il nostro Paese da anni e non accenna a fermarsi: secondo il Censis, nel 2016 sono stati 81mila gli italiani con un’età superiore ai 24 anni che si sono trasferiti all’estero, un numero in crescita dell’11% rispetto all’anno precedente. Più della metà ha ammesso di essersi trasferito per motivi di lavoro. Nel 2017, invece, l’Istat ha registrato 28 mila laureati (+4%) che hanno scelto di spostarsi oltre confine.

Il fenomeno non va sottovalutato né in termini sociali né in termini economici: secondo un’elaborazione dell’Istituto studi politici San Pio V e Idos su dati Ocse (2016), lo Stato italiano investe dai 150mila ai 170mila euro per ogni laureato (a seconda che gli studi universitari siano di primo livello o magistrali). E, al di là mancato ritorno dell’investimento sulla formazione, lo spostamento della sede di lavoro ( e, spesso, della residenza) all’estero, allontana dal Paese una quota considerevole di redditi e di consumi.

In un contesto ad alto tasso di mobilità come quello attuale, Talents in motion ha l’obiettivo di far leva sui punti di forza dell’Italia, cogliendo i vantaggi del momento: dagli sgravi fiscali alla Brexit. Secondo l’ufficio scientifico dell’ambasciata italiana a Londra, per esempio, l’82% degli italiani che studiano o lavorano nel mondo accademico britannico (oltre 12mila) sta pensando di lasciare il Regno Unito. Quasi il 30% sarebbe pronto a tornare a casa.

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