ciclismo

Nessun positivo al coronavirus: il Tour de France può rimettersi in marcia

Seicento controlli per 22 squadre. Un primo esame per capire se le tante misure prese dall'organizzazione (non tutte uniformi, non tutte imposte con la stessa severità) hanno fatto da scudo a una carovana di oltre tremila persone che attraversa un Paese costantemente sotto attacco dal virus

di Dario Ceccarelli

Tour de France 2020: i favoriti e gli outsider

Seicento controlli per 22 squadre. Un primo esame per capire se le tante misure prese dall'organizzazione (non tutte uniformi, non tutte imposte con la stessa severità) hanno fatto da scudo a una carovana di oltre tremila persone che attraversa un Paese costantemente sotto attacco dal virus


4' di lettura

È andata bene. Per il momento la bolla di protezione anticovid funziona. Il Tour de France, rimessosi in marcia (decima tappa Ile D'Oleron-Ile de Re di 168,5 km, vinta in volata dall'Irlandese Sam Bennet davanti a Kaleb Ewan) tira un respiro di sollievo.
Tutti i 166 corridori ancora in gara sono risultati negativi e quindi autorizzati ad andare avanti nella corsa. L'unico positivo, insieme a 4 membri degli staff di squadre diverse (Ineos, Mitchelton, Cofidis, AG2R), è risultato il direttore del Tour Christian Prudhomme, che infatti ha subito lasciato la carovana facendosi sostituire dal suo vice Francois Lemarchand.

Un risultato che, incrociando le dita, spazza via tante apprensioni. Alcune anche giustificate considerando la situazione della Francia. Questo era infatti il primo esame, dopo una settimana di corsa, per capire se le tante misure prese dall'organizzazione hanno fatto da scudo a una carovana di oltre tremila persone che attraversa un Paese sotto attacco dal virus. Un esame che, lo ricordiamo, può squadernare la classifica. Bastano infatti due contagi per far espellere una squadra di 30 persone. Due contagiati che possono anche non essere corridori, ma anche meccanici, medici, autisti. Un test importante che certifica la tenuta del Tour.

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Anche in questa decima tappa, che ha costeggiato l'Atlantico in una splendente giornata di sole, gli appassionati ai bordi sono stati tanti. Quasi tutti con la mascherina, certo. Ma dire che si rispetti anche il distanziamento sociale, sarebbe una valutazione molto ottimistica. Diciamo che non c'è contatto con i corridori: e speriamo vada avanti cosi. Almeno fino al prossimo controllo.

Una tappa per velocisti

In questo paesaggio da favola (in una strada che parte da un'isola e arriva a un'altra isola) il Tour ha ripreso la sua corsa verso Parigi lasciando spazio al mucchio selvaggio dei velocisti. Non sono mancate le cadute (coinvolto anche Davide Formolo, luogotenente di Pogacar), i colpi di vento con il guizzo finale della nuova maglia verde Bennet. Vogliamo dirlo? Bolla o non bolla, questo Tour è magnifico. Intenso, combattuto, ricco di colpi di scena e di personaggi non banali.

Fin dalla partenza di Nizza i leader hanno dovuto metterci la faccia e le gambe in una edizione e finora dominato da una nazione - la Slovenia - che a malapena fa due milioni di persone. Due le figure che svettano: la nuova maglia gialla Primos Roglic, 31 anni, capitano della Jumbo Visma e il golden boy emergente, questo Tadej Pogacar, 21 anni, capitano del Team degli Emirati e vincitore dell'ultima tappa dei Pirenei a Larnus. Un successo, quello di Pogacar, che lo promuove a campione del presente. Prima lo sloveno era solo una scommessa per il futuro. Ora Il ragazzo è diventato un uomo da Tour. E lo si è visto proprio nella tappa in cui il suo luogotenente apparentemente più dotato - il nostro Fabio Abu - è miseramente fuggito dalla corsa.

Un Tour “sloveno”

Un forfait che non ha demoralizzato lo sloveno, tipo tosto che già nella tappa di sabato scorso si era ripreso 40” persi per colpa dei “ventagli” (traduzione per i non addetti: colpi di vento che spezzano a sorpresa il gruppo in tappe non ritenute significative). Ma intanto, mentre Pogacar cresce (in classifica è settimo a 44”), Roglic in maglia gialla si impadronisce del Tour. L'ex saltatore di sci è stato finora un dominatore senza sbavature. Alla guida di una formazione molto agguerrita, con un luogotenente mattatore come il belga Van Aert (vincitore di 2 tappe), Roglic è arrivato al Tour con l'aura del predestinato e una condizione quasi perfetta che gli ha permesso di controllare la corsa a sua piacimento e di scalzare (grazie anche alle secche accelerazioni di Pogacar) Adam Yates, maglia gialla per 4 giorni fino a Larnus.

Roglic non è un pivellino. Sa che la strada per Parigi è piena di trappole. Il suo vero avversario (se Pogacar non si insinua tra i due favoriti) è il colombiano Egan Bernal, secondo in classifica a soli 21” da Roglic. Bernal, capitano della Ineos, e ultimo vincitore del Tour, è in crescita: il colombiano ha dato chiari segni di risveglio nella tappa di Larnus. Inoltre Bernal, più scalatore di Roglic, attaccherà soprattutto nelle tappe alpine compresa la cronoscalata a La Planche des Belles Filles che precede l'arrivo a Parigi.

Bernal in crescita e la crisi di Aru

Chi è più forte tra i due? Difficile dirlo, le variabili sono tante. Di sicuro sarà un bel duello perchè finora sono stati gli abbuoni a scavare quei 21 secondi di differenza. Quindi si corre sul filo, un filo che può essere ulteriormente aggrovigliato dall'incombente figura di Pogacar, nel cui radar c'è di sicuro un posto sul podio. Parlare di Pogacar porta al suo rovescio, cioè al declinante Fabio Abu, mestamente ritirato dopo la prima settimana.

Un brutto forfait, fortemente criticato da Beppe Saronni, consulente esterno del Team degli Emirati («Fabio non regge alle prime difficoltà e crolla. Colpa di chi l'ha portato al Tour»). Parole al vetriolo, quasi un licenziamento in diretta per un corridore (da tre milioni all'anno) vincitore della Vuelta 2015, ex maglia rosa ed ex maglia gialla al Tour. Un passato da campione in un presente declinante a soli 30 anni. Ormai sono tre anni che galleggia nel vuoto, sfibrato da responsabilità che fatica a sopportare.

La crisi di Aru, indicato anni fa come il nuovo Nibali, ci porta a fare amare considerazioni sul nostro futuro, almeno per quanto riguarda le corse a tappe. Nibali, impegnato in questa settimana alla Tirreno Adriatico, gioca in questi due mesi le sue ultime carte da protagonista. Due i suoi appuntamenti: il Mondiale di Imola (27 settembre) e la partenza del Giro d'Italia (3-25 ottobre). Due banchi di prova importanti per il siciliano, penalizzato dal forfait di Giulio Ciccone, suo compagno della Treck Segafredo colpito dal virus. Se il Giro è ancora lontano, sul Mondiale (assegnato all'Italia dopo la rinuncia della Svizzera) si possono cominciare a fare delle previsioni. Di sicuro è un mondiale adatto ai suoi mezzi con un percorso molto impegnativo e denso di salite. L'Italia di Cassani correrà per lui. Ma un mondiale è sempre un punto di domanda dove tutto può succedere. Per il Giro si vedrà. Di certo per Nibali è una delle ultime occasioni. Per un tris che sarebbe memorabile.

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