Letture

Un viaggio nel cuore oscuro dell’identità occidentale

Perché Pier delle Vigne si uccise? Tradì veramente Federico II? Un giovane dantista tenta di rispondere a queste domande nell'ultimo romanzo storico di Gabriele Dadati dal titolo «Nella pietra e nel sangue»

di Serena Uccello

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Perché Pier delle Vigne si uccise? Tradì veramente Federico II? Un giovane dantista tenta di rispondere a queste domande nell'ultimo romanzo storico di Gabriele Dadati dal titolo «Nella pietra e nel sangue»


3' di lettura

La storia, il racconto delle storie, l’affabulazione, la lingua che culla, e un mistero. È da qualche settimana in libreria Nella pietra e nel sangue (Baldini+Castoldi) di Gabriele Dadati che dopo la felice prova di L’ultima notte di Antonio Canova (sempre edito da Baldini+Castoldi) torna alla narrazione che affonda la sua materia nella storia.

Il punto di partenza, spiega lo stesso Dadati, è un’immagine sconvolgente e sepolta nel tempo. Torniamo indietro di otto secoli, un uomo che è stato potente ed ora non lo è più sta camminando tenuto per mano da un ragazzino. Sono a Pisa e quando l’uomo capisce di trovarsi di fronte a San Paolo a Ripa d’Arno, si mette a correre per fracassarsi la testa contro la facciata. L’esito è fatale quanto assurdo: perché? Perché un uomo compie un atto simile? Quale può esserne, se c’è, la ragione? Scopriamo allora che siamo nel 1249 e che quell’uomo si chiamava Pier delle Vigne, poeta, politico, amico, braccio destro di Federico II. E questo rende il mistero ancora più affascinante. Dadati affida l’investigazione a un giovane dantista che si chiama Dario Arata e che è all’ultimo anno di dottorato alla Sapienza di Roma. Arata sta preparando un intervento da tenere durante un convegno alla Normale di Pisa, intervento che sarà focalizzato proprio sulle varianti della narrazione della morte di Pier delle Vigne negli antichi commenti danteschi. La domanda è: Ma Arata ha anche una vita, una fidanzata, un obiettivo? Sì anche un obiettivo. Così il presente si alterna al passato, come la struttura del romanzo in cui i capitoli dell’oggi si alternano a quelli ambientati nel 1200. E due passi: la contemporaneità che sceglie una lingua purificata, efficace; e la storia, che si snoda con una lingua più lenta, volutamente ricca, che rallenta il tempo, letterarie e potente.

Tentar di risponde all’interrogativo sul perché Pier delle Vigne ha tradito (ma ha tradito?) è sì ricostruzione del mistero ma anche esplorazione: perché è vero ciò che sempre Dadati sottolinea che la ricerca di questo giovane uomo diventa “un viaggio nel cuore oscuro dell’identità occidentale, al termine del quale sarà costretto a scoprire che c’è un incredibile rimosso nella nostra coscienza di europei e cristiani”. Allo stesso tempo, però, il viaggio di Arata è un percorso di acquisizione di consapevolezza. Un passaggio verso la maturità che si compie anche attraverso l’amore, attraverso la presenza di Lucia. Se oscuro fu il sentimento che legò Pietro e Federico, fulgido è quello che unisce Dario alla sua fidanzata: da Roma a Parigi con lo sguardo alla corte siciliana di Federico e al Mediterraneo.

Testo composito, questo, che mischia perfettamente la struttura del romanzo storico, a quella del giallo. E non solo. Qui i meccanismi funzionano tutti, c’è l’approfondimento (nei capitoli che affrontano le vicende di Federico si intravede la ricchezza della consultazione, lo studio, la ricostruzione solida), c’è la sospensione tipica appunta del giallo, ma c’è soprattutto una grande capacità di ricostruire le motivazione, le ansie, le nevrosi. Capacità che risulta ancora più interessante – come peraltro era già accaduto con il ritratto di Canova – quando questo lavoro di scavo affronta due figure imprigionate dalla storiografia e dalla letteratura.

In queste pagine passato e presente funzionano in perfetta simmetria fino al disvelamento finale.

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