Interventi

Un voucher per aiutare imprese e lavoratori

di Alessandro Ermolli*

default onloading pic
(ANSA)


3' di lettura

In queste settimane si parla di garanzie e di rendere disponibile debito alle imprese. Tutti sanno bene che la liquidità da debito, utile per investire, ad esempio in nuovi mercati, prodotti e servizi, diventa “tossica” (per l’impresa e per il sistema economico) quando finanzia la semplice sussistenza, ossia la spesa corrente. Per un motivo banale: va ripagata. Per risolvere i problemi posti dal dopo Covid-19 serviranno anche strumenti economici “attivi” a sostegno della competitività delle imprese, da affiancare alla cassa integrazione guadagni (Cig), reddito di cittadinanza e/o disoccupazione.

Una via per sostenere imprese e autonomi a ripartire potrebbe essere quella di consentire loro, di convertire una quota dei salari (concordata con sindacati e lavoratori) in buoni spesa (voucher) spendibili per l’acquisto di beni di prima necessità (es. alimenti, bollette, trasporti, etc.) o per beni o servizi per i quali si ritiene utile una particolare incentivazione (abbigliamento, vacanze, libri, aggiornamento professionale). La quota del salario convertita sarebbe del tutto defiscalizzata, esattamente come accade oggi nei piani di welfare aziendale: nessun onere previdenziale per le imprese, nessuna imposta sul reddito per i dipendenti. Il costo dei voucher attributi ai dipendenti sarebbe totalmente imputabile al conto economico dalle imprese, al pari del costo del personale. Lo strumento avrebbe inoltre il vantaggio di potersi inserire in un impianto normativo esistente e già collaudato da imprese, lavoratori ed erogatori di servizi.

Vediamo meglio i benefici per i diversi attori:

Le imprese riceverebbero un contributo sui costi (una riduzione del costo del personale senza una riduzione del potere di acquisto dei salari) di impatto sui bilanci che permetterebbe di ristabilire rapidamente i livelli di produttività, senza ricorrere a strumenti di mobilità e Cig. La facoltà dovrebbe essere accordata anche alla platea dei liberi professionisti e delle partite Iva che potrebbero così acquistare voucher per una percentuale del proprio giro d’affari deducendone il relativo costo dai ricavi (esattamente come accade oggi per le spese di rappresentanza).

I lavoratori disporrebbero di una rete per gli acquisti pressoché identica al contante e potrebbero condividere con l’azienda una piccola porzione del cuneo fiscale, sotto forma di maggiore valore di spesa incentivandolo a convertire il tetto massimo per aumentarne il potere d’acquisto (per esempio, rinunciare a 300 euro in contanti, assicurerebbe al dipendente un valore di circa 350 euro in buoni spesa).

Gli esercenti, ossia le imprese che vendono beni e/o servizi acquistabili con i voucher, vedrebbero incrementare il giro d’affari perché il voucher direziona e accelera il flusso degli acquisti verso i settori facilitati (a fronte di commissioni d’incasso prestabilite, nell’ordine di qualche punto percentuale e uguali per tutti). Inoltre, gli esercenti, in quanto a loro volta imprese, potrebbero usufruirne per pagare una porzione del salario ai propri dipendenti.

Per il sistema economico nel suo complesso i vantaggi sarebbero quindi almeno quattro:

1 “Voucherizzare” una parte dello stipendio (ipotizziamo il 20%) contribuirebbe a far tornare rapidamente attivi molti lavoratori, con un impatto positivo sul Pil e conseguente riduzione del ricorso a strumenti di mobilità che rappresentano un costo improduttivo per la collettività.

2 Poiché il voucher non è denaro, ma un titolo di legittimazione a distribuzione controllata e con una data di scadenza che ne rende impossibile la tesaurizzazione, si avrebbe un rapido impatto espansivo sui consumi.

3 La tracciabilità del voucher rispetto al contante, soprattutto nella sua forma elettronica attraverso una carta o ancora meglio una app dedicata, renderebbe possibile sapere da chi, quando e come è speso, con evidenti vantaggi dal punto di vista della lotta all’evasione fiscale.

4 Poiché il voucher potrebbe essere ristretto a determinate categorie di beni o servizi, è possibile veicolare i flussi di spesa verso i consumi virtuosi, ossia quelli considerati più necessari alla famiglia e più utili a far ripartire il Paese. Per ottenere un effetto significativo stimiamo che l’ammontare dello stipendio convertibile in voucher debba attestarsi attorno ai 500 euro al mese (6mila euro all’anno), un importo che rappresenta circa il 20% del costo aziendale medio mensile secondo i dati Istat (circa 2.600 euro). Con 500 euro è possibile coprire circa il 37% dei consumi essenziali medi mensili di una famigli italiana, pari a circa 1.370 euro). La durata del piano di conversione dello stipendio in voucher dovrebbe inoltre idealmente svolgersi su un orizzonte temporale di almeno 24 mesi.

* Presidente di Sin&rgetica
e Managing Partner di Synergo SGR

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti