TURISMO RELIGIOSO

Un week-end d’agosto nel convento di San Francesco

di Maria Luisa Colledani


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5' di lettura

Il campanile di San Marco è là, lontano, conficcato come uno stuzzicadenti fra i tetti rossi di Venezia. E, mentre le case variopinte di Burano si allontanano in un arcobaleno di luce, il piccolo motoscafo dei frati di San Francesco del Deserto scivola verso l’isola dove il poverello di Assisi parlò agli uccelli nel 1220.

«Per fortuna avete portato un po’ di fresco in Laguna grazie all’acquazzone di mezza mattina», sorride fra Silvio, barba bianca da saggio e occhi accesi d’azzurro, mentre pilota l’imbarcazione che ci accompagna - siamo una decina di persone - al convento per 48 ore di preghiera e silenzio.

Voglia di quiete

Estrema Laguna nord di Venezia, dove le barene si confondono con il cielo e pare di toccare le Alpi tanto l’orizzonte è sereno in questo pomeriggio d’agosto. Dopo un breve tratto di laguna, il complesso emerge dalle acque. Una muraglia verdissima di cipressi protegge l’isola di San Francesco del Deserto e lascia appena intravvedere il campanile della chiesa e il tetto del convento con i suoi chiostri del XIII e XV secolo.

Fra Silvio parcheggia con abilità il motoscafo nello squero e padre Roberto, il frate guardiano responsabile della struttura e della comunità, fa gli onori di casa. È la reception in salsa conventuale. Al primo piano una teoria di trenta celle, già casa dei novizi che venivano in Laguna per la formazione, ospita chi cerca una pausa dalla frenesia del vivere. Celle essenziali, tre metri per cinque, con vista su un giardino curatissimo, un letto, un inginocchiatoio, un tavolino e le immagini di Santa Chiara e San Francesco, i padroni di casa.

    Qui vivono cinque frati, nel loro saio color della terra: sono fra Cristoforo (87 anni, il più anziano), padre Felice, padre Roberto, fra Silvio e padre Alberto (41 anni, il più giovane). Sono francescani, appartengono all’ordine dei frati minori, e spezzano la loro vita, i loro ritmi con i fedeli - ma non solo - a caccia di silenzio. C’è chi cerca nutrimento alla fede, come Marco o Delia e Rosalba; c’è chi si chiede il perché del dolore, come Francesco, o chi, come Arturo e Simonetta, trovano in Laguna uomini di Chiesa e quasi confidenti.

    Le giornate sono scandite dalla preghiera, dalla pace e dal lavoro. Il tempo scorre come nel Medioevo, così lontano, eppure così vicino, così contemporaneo. È semplicemente il tempo dell’uomo, l’esperanto delle nostre anime. Sembra solitudine, è pienezza di vita.

    Alle 6,45 si inizia con la recita delle lodi e la celebrazione dell’Eucaristia. La chiesetta del complesso conventuale, costruita sul primigenio edificio del XIII secolo, è piccola, raccolta ma c’è spazio per tutti, anche per la cagnetta Tosca che non si perde una celebrazione. I mattoni rossi trasmettono protezione e calore. Le voci salgono leggere e potenti. Sono salmi, canti, preghiere; la ripetitività fa quasi scomparire le parole in sé per lasciare spazio alla contemplazione, all’assoluto, a qualcosa di più alto. A qualcosa che è il nostro altrove, sempre così inafferrabile. Qui, pare più vicino. Anche i volti distesi, sereni dei frati parlano per noi che cerchiamo e non vediamo, che aneliamo ma non troviamo. Perché abbiamo troppe domande.

    Nel nome di Francesco

    Poi, c’è la lectio di mezza mattina con padre Felice che dà contemporaneità alla parola di Dio. L’entusiasmo, la mimica del suo viso è avvolgente, anche per chi è nel dubbio. Teologia profonda condivisa con parole semplici, quelle di un uomo che segue Dio e l’orto del convento: un capolavoro euclideo, un paradiso di prelibatezze in terra, più ricco del miglior fruttivendolo.

    La preghiera, certo, la meditazione, la solitudine ma anche molto, molto lavoro in questo complesso che sembra dipinto tanto tutto ha un ordine certo, sensato e coerente. Padre Roberto decora icone, padre Felice cura l’orto (angurie prelibate come le sue non ne avete mai mangiate), fra Silvio è il tuttofare con una predilezione per la cucina (che buona la sua pizza del sabato sera!), padre Alberto segue i turisti nelle visite al complesso conventuale e studia, fra Cristoforo sta all’aria aperta e il giardino è il suo regno.

    Il tempo non esiste perché non c’è un telefono che impone di riprogrammare le giornate ogni dieci minuti. C’è il tempo per ascoltare la vita, la pace della Laguna e le cicale, aspettando le stelle. A quel punto, il verbo avere e il verbo fare lasciano lo spazio al verbo essere. Essere felici, o almeno, tentare di essere felici.

    Tutto scorre nella preghiera dell’ora media (ore 14,30), dei vespri alle 18,30 e della compieta alle 21. Tanti, troppi momenti di raccoglimento? Resta la libertà di cercare la solitudine, che qui pare piena di tanti inizi e prodigi.

    Come quello di San Francesco che nel 1220, di ritorno dalla quinta crociata in Oriente, si fermò sull’isola e parlò agli uccelli. Il racconto è di San Bonaventura da Bagnoregio, il suo biografo: nella Legenda maior, racconta di quando San Francesco, con un altro confratello, andando per paludes Venetiarum, chiese agli uccelli di smettere di cantare per poter elevare una preghiera a Dio. Questa è la tradizione avvalorata dall’atto del marzo del 1233 con cui Jacopo Michiel, di famiglia dogale, dona l’isola di sua proprietà ai frati: in quelle carte c’è scritto che venivano cedute due chiese e una vigna. Poi, tanti secoli che si rincorrono, altre costruzioni giustapposte al nucleo originale per ospitare nuovi confratelli. È una storia lunga ottocento anni, interrotta solo in due brevi periodi, a inizio ’400 a causa dell’insalubrità della laguna e fra 1806 e 1858, quando Napoleone usò il convento come armeria.

    Andar per conventi

    Il destino di San Francesco del Deserto, tra frati e potenti di turno, non è un unicum. La storia ha modellato luoghi, ha cambiato vicende umane ma ha lasciato respirare fino a noi centinaia di conventi, monasteri, santuari. Erano le stazioni di posta del passato, gli autogrill del Medioevo, le casseforti della cultura e oggi sono i nostri rifugi. Nella confusione del nostro tempo il turismo religioso è ben più di una moda. Secondo la World trade organization, sono oltre 330 milioni i turisti religiosi nel mondo, con un giro d’affari stimato di 18 miliardi di dollari. E in Italia si contano decine di strutture che, pur con forme diverse, accolgono i fedeli per giorni di pausa e riflessione. La ricchezza del patrimonio artistico fa il resto: da Nord a Sud le possibilità sono infinite, dal monastero di Bose (Biella) all’abbazia di Praglia (Padova), dall’eremo di Camaldoli (Arezzo) al convento della Verna (Arezzo), fino al monastero di San Benedetto a Subiaco (Roma) o alla certosa di Serra San Bruno (Vibo Valentia).

    Basta mettersi in cammino e avere la pazienza di ascoltare. Oggi tenere vuota la mente è un’impresa. Un’impresa possibile fra gli ultimi custodi del silenzio, un’impresa salutare per toccare il respiro profondo del mondo, per trovare terre così ricche perché hanno avuto una buona possibilità.

    Sulla Laguna veneta sta scendendo la sera, due giorni son scappati di mano troppo veloci. Il motoscafo, guidato da fra Silvio, punta verso Burano. Si torna nella confusione del mondo, nelle paure dei nostri giorni mentre il cielo color della porpora parla della meraviglia del vivere. Quella che all’ingresso della chiesetta di San Francesco del Deserto è raccontata così: O sola beatitudo, o beata solitudo. Il paradiso in terra, se si può.

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