Microcosmi

Un welfare urbano per ricucire gli strappi della pandemia

di Aldo Bonomi

3' di lettura

Ci dicono sia venuto il tempo di riandare in città. C’è poco da fare il flaneur. Non riconoscendosi nei luoghi abituali, ci si interroga su come il flusso della pandemia abbia cambiato nell’identità le forze che fanno la città, cambiandone in profondità il nomos sociale e politico. Perché ogni città è costituita dall’intreccio di tre livelli: è città-mondo che cerca di agganciarsi ai flussi globali; è città-sociale percorsa da faglie e poteri civili; è città-piattaforma territoriale, aperta alla dimensione regionale, impasto di infrastrutture, produzione, comunità. Se si va oltre le serrande abbassate, tante, e l’anonimato dei volti segnati dalla mascherina che inducono spaesamento ci si interroga sul cosa e come sarà.

Le città sono i luoghi in cui più radicale è l’affermarsi di un nuovo ciclo della società che si fa iper (non post) industriale, trainato dalla centralità nel valore dei grandi servizi che rappresentano l’infrastruttura a sostegno della capacità umana e sociale di riprodursi: salute, natura, sapere, finanza, cultura, logistica, abitare. Una re-industrializzazione della città che non è certo il ritorno della “fabbrica”, perché è la città nel suo complesso che si fa fabbrica del valore. Un salto accelerato dalla pandemia che ha reso i bisogni di riproduzione sociale sempre più centrali. Ma questo nuovo motore industriale rimane composito, le nuove industrie non spiazzano ma trasformano e incorporano le vecchie. Il nuovo ciclo di re-industrializzazione urbana è composto da almeno tre traiettorie: certo le nuove industrie della riproduzione sociale e umana, ma anche filiere del capitalismo intermedio di territorio e le potenzialità delle micro-manifatture, del commercio e artigianato evoluto. Sono anche luogo privilegiato dove atterrano i flussi del capitalismo delle reti da quelle dell’energia, ricordiamoci delle bollette, a quella della finanza, stridenti i numeri dei profitti delle grandi banche e quelli dell’aumento delle povertà. La città disvela con i suoi numeri le contraddizioni sociali che chiedono flussi dolci e capitali pazienti per rianimarsi. Capitali pazienti che devono incorporare i limiti ambientali e sociali della “città che viene”. Verrà una industria urbana dell’abitare sulle ceneri della vecchia rendita immobiliare che ha lasciato il paradosso di tante case vuote e tanti senza casa? Il valore dipende dalla produzione di funzioni urbane pubbliche e servizi condivisi, con interventi che puntano a riabitare e ri-cetomedizzare la città, abbassando la soglia di accesso al bene casa.

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Ma il riabitare non è soltanto spazio di funzioni, industrie, capitali, ma è società e abitanti, con i loro corpi, bisogni, diritti, soggettività. È “fabbrica a cielo aperto” dove non si incontrano le due carovane dei lavori: quelli che la lasciano alla ricerca di un altrove incerto e quelli che vogliono entrare a cui tocca sperimentare, quando va bene, il lavoro ibrido tra digitale e prossimità. Non basterà la “pazienza” dei capitali, Pnrr compreso, senza un capitale sociale che prenda voce chiedendo condizioni sociali e del vivere urbano meno polarizzate. E questo sfida la metamorfosi dei corpi intermedi, il rafforzarsi di una poliarchia governante di poteri e gruppi associativi dall’Università alle reti, dalle Fondazioni alle rappresentanze fino al Terzo settore. Il nodo da sciogliere per il governo delle città diventa allora quale sia il rapporto tra questi poteri e la loro capacità di cogliere bisogni e domande per un welfare urbano da ricucire dagli strappi drammatici della paura lasciati dalla pandemia. Lo abbiamo molto citato ma poco analizzato nel suo essere “disagio della speranza“ che attraversa la città. Il tema delle comunità urbane, della faglia generazionale che riguarda anche le migrazioni, la nuova prossimità, di una composizione sociale frantumata e scomposta è raccontato da militanti sociali che partendo da università, imprese culturali e di welfare ci hanno reso visibili gli invisibili urbani: un neo-proletariato insediato nelle aree liminali tra periferia delle città centrali e hinterland metropolitani.

C’è poi la nebulosa costituita dal tradizionale capitalismo molecolare in transizione dei piccoli servizi urbani, dal commercio all’artigianato, entrato in crisi con lo smart-smontaggio delle grandi concentrazioni terziarie in occasione del Covid. Infine, il mondo del lavoro “classico” delle grandi economie verticali che hanno continuato a funzionare nei servizi essenziali, tutt’ora numericamente il bacino fondamentale delle società urbane. Questa frammentazione di composizione sociale non ha più canali di mediazione e rappresentanza e ad alcuni rimane solo l’estrema spettacolarizzazione del loro disagio. È urgente tornare a rianimare le città partendo dal “disagio della speranza”, sperando non più solo in una competizione tra città, ma in una cooperazione tra città per ridarci speranza.

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