CRISI DEL CREDITO

Una bad bank per l’India

di Gianluca Di Donfrancesco

(Reuters)

5' di lettura

Con 133 miliardi di dollari di asset in sofferenza (191 contando anche i crediti già ristrutturati) su un Pil di 2mila miliardi circa, per le banche indiane si avvicina l’ora della verità: secondo l’allarme lanciato dal vice-governatore della Banca centrale (Rbi), Viral Acharya, o si risolve il problema oppure il Paese rischia di finire come il Giappone degli anni 90 o l’Italia dei nostri giorni. E Acharya, un accademico prestato alla politica monetaria dopo anni passati a studiare crisi bancarie in giro per il mondo, pensa che per uscire dal guado siano ormai rimaste due sole strade, la bad bank e il consolidamento del settore.

A portare l’India in queste condizioni sono stati anni di prestiti “facili”, trasformatisi in incagli e crediti non più esigibili da aziende alle prese con debiti diventati talmente onerosi che alcune non riescono a pagare nemmeno gli interessi. Una zavorra che impedisce alle banche di finanziare i nuovi progetti infrastrutturali, tanto necessari alla modernizzazione del Paese promessa dal premier Narendra Modi.

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Il problema riguarda soprattutto le 22 banche statali, che rappresentano il 66% dei prestiti erogati e il 71% dei depositi e che «hanno sofferto - spiega Christophe Braun, investment specialist di Capital Group - le deboli pratiche di governance e il limitato focus sul rendimento per gli azionisti». I loro prestiti in sofferenza sono aumentati del 56% nel 2016 e del 135% in due anni. Per cinque di loro, il rapporto sui prestiti erogati supera il 15%. «La maggior parte - aggiunge Braun - ha bisogno di una ricapitalizzazione da parte del Governo».

IN FRENATA

Il credito erogato dalle banche, variazione % su base annua (Note: *Esclusi i prestiti alle famiglie - Fonte: Reserve Bank of India)

IN FRENATA

«I problemi del sistema bancario indiano - afferma Koon Chow, EM Macro e FX Strategist di Union Bancaire Privée (Ubp) - risalgono al periodo post-crisi finanziaria, quando le banche controllate dallo Stato sono state incoraggiate a concedere prestiti alle aziende del settore delle infrastrutture per sostenere la crescita. Questo settore, però, vista l’ampiezza delle le somme coinvolte, è rischioso e caratterizzato da un percorso incerto in termini di ritorni sugli investimenti. All’epoca, tale situazione andava a braccetto con una scarsità di normative in termini di risoluzione di fallimenti e di bad-loan e con un management debole in alcune delle banche pubbliche». I guasti generati dal boom credito facile tra il 2009 e il 2012, aggiunge Adrian Pop, responsabile Asia di East Capital, «sono stati amplificati dalla debolezza del ciclo delle materie prime degli ultimi anni, dall’eccessiva capacità produttiva in certi settori e da un indebitamento generalmente troppo elevato di alcune società».

Secondo molti osservatori, le banche pubbliche sono troppe, inefficienti e costose. Tanto che, dopo averlo a lungo tempo considerato un tabù, la Rbi sta ormai considerando la possibilità di un forte consolidamento, fino a ridurre drasticamente il numero degli operatori attraverso fusioni e acquisizioni. Soprattutto visto che il Governo non ha più intenzione di gettare fondi pubblici in questo buco nero. Nell’ultimo bilancio, la somma stanziata si è fermata a 1,5 miliardi di dollari. Sono però questi capitali pubblici, assieme al riorientamento della domanda verso gli istituti privati, ad alimentare la modesta crescita del credito, che stagna ai minimi dal 1960.

IL CONFRONTO

Non performing asset in % sui prestiti (Fonte: Banca centrale indiana)

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Secondo il Fondo monetario internazionale, ricapitalizzare il sistema bancario indiano avrebbe un costo ancora «gestibile», compreso tra l’1,5 e il 2,4% del Pil nei prossimi tre anni (nell’ipotesi della necessità di coprire il 40% dei prestiti). La quota del Governo sarebbe compresa tra l’1 e l’1,6%, ma non c’è tempo da perdere, perché per l’Fmi le banche rappresentano ormai uno dei principali fattori di rischio per il Paese.

Secondo la Rbi, a fine settembre 2016 la percentuale di crediti deteriorati del settore bancario era pari al 9,1%, che sale al 12,3% se si considerano anche i prestiti ristrutturati. Era al 5,1% a settembre del 2015. L’esplosione è stata dovuta alla Asset quality review voluta a dicembre del 2015 dalla stessa Banca centrale (da completare entro marzo di quest’anno) per spingere gli istituti di credito a rendere più veritieri i valori iscritti a bilancio.

Alle sofferenze delle banche fa da specchio la bassa capacità di rimborso delle imprese, che resta preoccupante malgrado i miglioramenti registrati nel 2016, quando la quota di debiti in capo ad aziende “poco solventi” si è attestata a 191 miliardi di dollari. Secondo l’Fmi, metà di tutto il monte debito delle imprese, che rappresenta il 40% del portfolio crediti delle banche, è concentrato in capo ad aziende che hanno un rapporto tra debito e patrimonio superiore al 150%. I settori più esposti sono tra i più strategici: costruzioni, trasporti, infrastrutture.

LE BANCHE PIÙ “SOFFERENTI”

Asset in sofferenza sul totale, in % (Fonte: Bloomberg)

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La Banca centrale ha cercato di affrontare la questione con una serie di meccanismi (corporate debt restructurign, strategic debt restructuring, vendita di crediti in sofferenza alle asset reconstruction companies), che, secondo Pop (East Capital), «non sono stati in grado di risolvere pienamente il problema, ma lo hanno semplicemente rimandato». Più efficace l’impatto della Asset quality review, «che - aggiunge Pop - ha forzato le banche a riconoscere più crediti deteriorati usando criteri più severi e, allo stesso tempo, ha richiesto maggiori accantonamenti. Questo però ha messo ulteriormente sotto pressione gli utili delle banche».

Un aiuto potrebbe forse arrivare dalla riforma dei fallimenti del maggio 2016, che, se applicata, promette di semplificare e velocizzare le procedure a vantaggio dei creditori, banche in testa: i tempi medi oggi sono di 52 mesi, dovrebbero scendere a 6 nei piani del Governo.

Ormai, però, il dibattito ruota attorno alla creazione di una bad bank, avallata anche dalla Rbi, per bocca di Acharya, che propone un intervento misto tra soggetti privati e pubblici, incaricati di acquistare e ristrutturare gli asset in sofferenza, attraverso haircut e svalutazioni. Nell’ipotesi di Acharya, il Governo dovrebbe essere in grado di imporre ristrutturazioni obbligatorie, anche contro la volontà di creditori e soggetti in default. A un veicolo pubblico verrebbero addossati gli asset più problematici, come quelli nel settore dell’energia e delle infrastrutture. Per Fitch Ratings, questa proposta potrebbe funzionare solo se il Governo fosse pronto a sborsare 10,4 miliardi di dollari per ripianare i bilanci delle banche, dopo gli haircut. L’agenzia fissa in 90 miliardi di dollari il fabbisogno di capitale delle banche indiane entro il 2019.

OPERAZIONE TRASPARENZA

Le banche più colpite dalla Asset quality review. Variazione % dei crediti in sofferenza su settembre 2015 (Fonte: Bloomberg)

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La bad bank è un’ipotesi formulata per primo dal capo dei consiglieri economici del Governo, Arvind Subramanian, che chiama in causa direttamente la Rbi, con un contributo di 60 miliardi di dollari. La soluzione è politicamente impopolare e non piace agli istituti di credito, anche perché potrebbe scoperchiare qualche pentola colma di corruzione e malaffare.

«Attualmente - afferma Pop (East Capital) - non c’è alcuna proposta concreta, ma una bad bank ben progettata potrebbe davvero essere una buona soluzione». «Una bad bank - commenta Chow (Ubp) - potrebbe portare a un miglioramento in termini di trasparenza sui bilanci e, a livello marginale, di capacità di raccogliere capitali dal mercato. Tuttavia, in assenza di una significativa iniezione di liquidità da parte del Governo e di sforzi più aggressivi per rafforzare il management degli istituti di credito, le difficoltà per le banche statali persisteranno. Non credo poi che la posizione conservativa del Governo sull’utilizzo delle risorse pubbliche cambierà, il che probabilmente significa che ripulire queste banche da tali prestiti non performanti sarà un processo lento. E che tali banche rimarranno restie a effettuare prestiti».

Il Governo, peraltro, tentenna: il 28 febbraio il ministro delle Finanze, Arun Jaitley, ha tirato il freno: «Se un’azienda non rimborsa la banca, non tocca ai contribuenti farsene carico».

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