romanzo denuncia

Una caccia alle streghe fin troppo attuale

di Lara Ricci

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(AFP)


4' di lettura

S eguendo da Capo Nord la costa verso Est, attraverso un tunnel sottomarino si arriva alla piccola isola di Vardø. Sprofondata nel gelido mare di Barents è la propaggine più occidentale della Norvegia, più o meno alla medesima latitudine dell’infernale città russa di Nikel, che prende il nome dal metallo che vi viene estratto.

Qui, sul litorale rivolto alla terraferma, si allunga un’affilata struttura sospesa che la notte brilla di novantuno lumini. Ciascuno fa luce su una targhetta che riporta nome e cenni della vita, ma più spesso della morte, di settantasette donne e quattordici uomini bruciati vivi durante la ferocissima caccia alle streghe che infiammò la contea di Finnmark nel diciassettesimo secolo. È lo Steilneset memorial: ricorda le vittime del fanatico re di Danimarca e Norvegia Cristiano IV quando cercò di lasciare la sua impronta nella storia. Non riuscendoci con le conquiste territoriali, decise di rafforzare col terrore la sua presa sulla regione più settentrionale del regno.

Qui, insieme ai norvegesi, vivono i sami, l’ultimo popolo indigeno d’Europa, che per propiziarsi quel clima ostile “intessevano i venti” e suonando tamburi magici cercavano un contatto coi morti e di indovinare il futuro. Luterano, il re emanò leggi contro la stregoneria sul modello di quelle scozzesi, e per farle applicare inviò a Vardø un suo spietato e ambizioso amico scozzese.

«Per ordine del re, se uno stregone, o un fedele, pur disponendo del sacrificio di Dio, della sua Santa Parola e Cristianità ciò nondimeno si dedica al diavolo, allora verrà gettato nelle fiamme e ridotto in cenere» tuonava il decreto sulla stregoneria del 1617.

Erano sami tutti gli uomini consumati sui roghi, ma le donne erano soprattutto norvegesi, giudicate colpevoli di crimini farneticanti. Il primo grande processo risale al 1621 e vide imputate otto abitanti di Vardø, accusate di aver invocato una burrasca che fece molte vittime sulla costa. Tra queste quaranta pescatori del villaggio che erano in mare al momento dalla tempesta, verosimilmente tutti gli uomini del paese. Le streghe lo avrebbero fatto per accaparrarsi i loro beni.

Una scrittrice inglese trentenne, Kiran Millwood Hargrave, ha rievocato in un romanzo la vicenda delle donne di Vardø, da quando la tempesta uccise i loro mariti, padri, fratelli, lasciandole isolate e sole proprio al principio dell’inverno. Ha narrato il nascere di una comunità femminile affiatata e efficiente e l’intraprendenza di alcune che, sfidando i tabu dell’epoca, svolsero lavori allora maschili, come la pesca, fondamentale per sopravvivere su una piccola, gelida isola. E in contemporanea il maligno rinvigorirsi dell’influenza di poche beghine, forti del potere e del senso di superiorità che essere custodi della verità rivelata garantisce. Vendutesi al dominio patriarcale, in primis quello della chiesa luterana e dei suoi emissari, divenutene micidiale strumento, sono divorate da un odio crescente verso le donne che si fanno sempre più indipendenti e che hanno la spavalderia di non asservirsi al loro dio padrone e non arrendersi alla cattiva sorte. Donne che non stanno “al loro posto”, emblema di ciò che non hanno saputo essere.

Millwood Hargrave all’inizio semina piccoli indizi di questo odio, lasciando presagire quel che accadrà quando si installerà il sovrintendente scozzese. Descrive poi con efficacia il devastante effetto del suo arrivo. Ma anche il suo procurarsi una moglie a Bergen, la figlia di un armatore decaduto e vedovo che decide il matrimonio senza neppure chiedere l’assenso della ragazza, l’atroce prima notte di nozze di lei con uno sconosciuto e le ancora più atroci che seguiranno. La sapiente descrizione della violenza maschilista e degli effetti che provoca nella donna e nella comunità lascia presagire un’opera capace di suscitare vaste riflessioni su come il potere si rafforza, si mantiene e si propaga; su come il patriarcato tenga in scacco le donne ancora oggi (facile immaginare negli uffici “amanti” e ancelle zelanti al posto delle beghine); sui meccanismi perversi che portano la folla a linciare le vittime.

Eppure, dopo un centinaio di pagine il romanzo si sgonfia, le protagoniste smettono i panni seicenteschi e divengono troppo moderne nei pensieri, nei gesti e nelle parole («Stavo per tirare il collo a mia madre. Passeggiata?»), e l’autrice non riesce a edificare sulle tante intuizioni sparse nella trama.

Peccato. Resta la nostalgia di una bella idea. Di un monumento mancato di intelligenza e comprensione alle vittime di ieri e di oggi del maschilismo, del razzismo, di tutte le discriminazioni. Rimangono i lumini dello Steilneset memorial a segnare la direzione: monumenti così dovrebbero arredare le nostre piazze, non certo statue di imperituri stupratori di spose bambine. Che al massimo, se hanno qualche valore artistico, dovrebbero stare in un museo. Perché la storia portata nelle piazze si fa memoria, memoria condivisa. E la memoria di una società, se non serve a non ripetere gli errori, ne diventa il sudario.



Vardø. Dopo la tempesta

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