Interventi

Una carta europea dei valori per promuovere l’integrazione

Il fenomeno delle migrazioni è troppo vasto per essere ridotto al tema degli sbarchi

di Paolo Gualtieri


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(Ap)

4' di lettura

Nel mondo quasi 270 milioni di persone vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate e circa 750 milioni vivono nello stesso Paese, ma in una città differente da quella di origine. In Europa sono oltre 22 milioni i cittadini stranieri censiti, ma si stima che almeno altri 6 milioni (secondo alcuni molti di più) vivano nel nostro continente senza essere registrati. Gli immigrati verso la Ue da Paesi terzi sono oltre 2 milioni all’anno.

Gli stranieri che si inseriscono nel mondo del lavoro di uno Stato con alto reddito pro capite svolgono una funzione fondamentale per la crescita economica dei loro territori di provenienza: si stima che nel 2019 i fondi trasferiti da questi immigrati verso i loro Paesi di origine, a basso o medio reddito, saranno circa 551 miliardi di dollari, di più quindi dei finanziamenti esteri diretti e dei fondi ufficiali per l’assistenza allo sviluppo erogati dagli organismi internazionali. Di conseguenza la migrazione per ragioni economiche è importante per il benessere di un numero di persone molto più alto di quello dei soli emigrati.

Naturalmente i flussi migratori sono verso i Paesi più sviluppati, non solo l’Europa e gli Stati Uniti, ma anche il Giappone, che negli ultimi cinque anni ha accolto circa 350mila lavoratori stranieri, i Paesi asiatici più prosperi e quelli ricchi di petrolio della penisola araba e anche qualcuno dei Paesi dell’America latina. In Europa e, anche in Italia, rilevante è la provenienza dall’Africa. Il legame con questo continente, separato da noi solo da un breve tratto di mare è destinato ad aumentare per ragioni demografiche: nel 1995 viveva in Africa il 13% della popolazione mondiale, nel 2050 si stima che abiterà in quel continente il 25% mentre in Europa solo il 5% e inoltre, come è noto, l’Europa continuerà ad avere una popolazione sempre più anziana, mentre l’Africa vedrà crescere enormemente i giovani in età lavorativa.

In questo contesto è facile prevedere che nei prossimi venti anni si assisterà a una transizione graduale verso nuovi equilibri economici tra Paesi e continenti, la quale sarà caratterizzata da flussi migratori causati da guerre per conquistare il potere in aree destinate a diventare nel medio termine più ricche e dalle aspettative economiche di una popolazione giovane e più attiva rispetto al passato.

Il fenomeno delle migrazioni è quindi ineluttabile e di dimensione imponente e non può perciò essere analizzato e affrontato dai Paesi riceventi, come l’Italia, limitandosi al problema del controllo degli sbarchi e della redistribuzione degli immigrati tra i vari Paesi europei. Esso pone un tema di integrazione. Certo, regolamentazione e organizzazione dell’accoglienza adeguate all’importanza del fenomeno sembrano essere una precondizione per consentire l’integrazione tra persone con storie e tradizioni differenti ma, nello stesso tempo, il grado di integrazione della società che va formandosi influenza il sentire delle persone e quindi le scelte politiche di regolazione. I conflitti di opinione (e purtroppo talvolta non solo di opinione) cui assistiamo in questi anni sono determinati dall’incapacità dell’Europa di immaginare, prima, e vivere, poi, una società, come suol dirsi, plurale.

La causa è che l’Europa non ha più un’identità forte. L’Europa che è venuta fuori dalla tragedia della Seconda guerra mondiale aveva un’identità cristiana, chiara e condivisa, e su quei valori si è formata la sua architettura. Progressivamente, a partire dagli anni 70 del Novecento, alcune regole di comportamento, individuale e sociale, che discendevano da quella visione non sono state più accettate dalla popolazione, ad esempio in materia di sessualità, di indissolubilità del matrimonio e quindi di composizione della famiglia, di procreazione assistita, di rispetto della vita con riferimento ai temi dell’aborto e dell’eutanasia, ma anche dell’applicazione delle biotecnologie per intervenire sul corso della vita umana.

Questa evoluzione culturale e sociale ha condotto ben oltre la secolarizzazione del cristianesimo e ci ha spinto in un’area di assenza di identificazione dei valori fondamentali condivisi. Un riflesso di questa assenza è l’uso contraddittorio che viene fatto dei valori cristiani in tema di integrazione degli immigrati da parte di opposte correnti di opinione. Da un lato, taluni si rifanno al valore della dignità umana che trascende ogni comunità storica fondata sulla discendenza e si collega all’universalismo etico del cristianesimo e al concetto di amore universale per sostenere il dovere morale dell’accoglienza; dall’altro e opposto lato, talaltri, contrappongono un’identità cristiana fondata su valori di protezione della propria famiglia e dei membri della propria comunità per spiegare le ragioni del rifiuto dei migranti e della chiusura dei confini in opposizione al cosmopolitismo liberale, ritenuto da essi di origine prevalentemente economica, che sarebbe una minaccia per l’Europa.

Per affrontare in maniera condivisa ed efficace un tema così complesso come quello dei flussi migratori, l’Europa dovrebbe, innanzitutto, scrivere una Carta comune dei valori dell’integrazione, in modo da identificare quali sono i valori davvero condivisi e fornire agli immigrati l’identità culturale alla quale essi si approcciano arrivando in Europa. Le normative degli Stati membri dovrebbero rispettare i valori della Carta e quindi finirebbero con l’armonizzarsi di conseguenza.

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