Societa

Una «casa comune» con regole e progetti

di Giorgio Barba Navaretti

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(Ansa)


4' di lettura

Le infrastrutture sono al centro del progetto europeo. Molte grandi opere non avrebbero visto la luce senza i fondi europei. Nell’ultimo bilancio sono stati stanziati moltissimi soldi per un piano sulle reti transeuropee (Ten), oltre ai fondi strutturali e il piano Juncker per gli investimenti. Accelerare in questa direzione è certamente importante per il futuro dell’Unione e per la crescita economica, come hanno fatto notare nei giorni scorsi su queste colonne l’intervista a Marco Tronchetti Provera e l’intervento di Gian Maria Gros-Pietro.

È anche un fondamentale passo politico. Infrastrutture, ponti, strade, ferrovie aeroporti, porti e pure le reti digitali, sono tangibili, visibili, utilizzate da tutti i cittadini. Le infrastrutture servono a far capire che certe cose si possono fare solo grazie all’Europa.

La questione è però più ampia e complessa. Il tema è quello della mutualizzazione (parola orribile) dei costi e dei benefici dello sviluppo dell’Unione. Vale per le infrastrutture. Ma dovrebbe valere anche per il welfare, il sostegno alla disoccupazione, le politiche attive del lavoro, il fondo di garanzia dei depositi bancari. La mutualizzazione è inevitabile: quanto succede a ciascun membro dell’Unione riguarda tutti. Le difficoltà di ciascuno hanno conseguenze per tutti. Dunque è necessario unire le forze per progetti comuni (le infrastrutture) o per aiutare chi è in momenti di difficoltà (un fondo europeo per la disoccupazione).

Questa Europa generosa e condivisa, un’Europa dal volto umano orientata alla crescita e che possa rassicurare anche i più deboli darebbe certamente nuovo vigore al progetto europeo. Purtroppo, appare però sempre più lontana dal nostro Paese. Nel senso che è molto difficile capire come le forze politiche al governo, per quanto auspichino più investimenti in infrastrutture e un maggiore orientamento alla crescita, possano contribuire a muovere l’agenda europea in questa direzione.

Intanto la questione delle regole. L’Europa dal volto umano viene spesso evocata in contrapposizione all’Europa delle regole e dell’austerità. Ma i 27 Paesi membri dell’Unione possono accettare di condividere risorse per progetti comuni se tutti dimostrano di essere buoni cittadini. Le regole non sono state disegnate per opprimere e ingabbiare. Ma per limitare comportamenti che possono danneggiare gli altri Paesi, per evitare il free riding, ossia che ciascuno si faccia gli affari propri alle spalle degli altri.

Non è questione di sovranità. In casa mia faccio quel che voglio, ma non posso tenere la musica a tutto volume a notte fonda perché non farei dormire i miei vicini. Il problema non è tanto violare il regolamento di condominio. Il problema è che le mie azioni danneggiano gli altri. Se attuo una politica fiscale contraria alle regole prestabilite, di nuovo il problema non è la violazione delle regole, ma il danno che faccio agli altri. Le mie libertà si devono fermare quando limitano quelle altrui. E questo è inevitabile in un mercato unico e soprattutto con una moneta unica. Dunque le regole possono essere cambiate e migliorate, ma sono necessarie.

Come potrebbe dunque un governo che ha deciso deliberatamente di violare le regole di convivenza comune, senza essere in grado di proporne di alternative, richiedere riforme europee verso una maggiore condivisione delle risorse per progetti collettivi? Francia e Germania propongono in questi giorni che la disponibilità dei fondi del bilancio dell’Eurozona siano utilizzabili solo dai Paesi che rispettino il patto di stabilità.

Altro tema. L’attitudine verso il progresso. I progetti infrastrutturali europei si fondano su una visione di integrazione economica tra Paesi diversi, sul libero movimento di merci, servizi, persone. Come può essere parte di un’agenda del genere un governo con una componente maggioritaria profondamente contraria alle grandi infrastrutture transfrontaliere? Che sta bloccando forse il principale progetto infrastrutturale del Paese (la Tav) contro l’opinione della maggioranza dei suoi cittadini. La legge di bilancio italiana fonda gli obiettivi di crescita su un presunto piano di investimenti infrastrutturali. Ma allo stesso tempo si propone di bloccare la Tav, miliardi di investimenti e migliaia di posti di lavoro. Certo anche gli investimenti sul territorio, come i treni pendolari sono importanti. Ma non sufficienti a consolidare un progetto infrastrutturale europeo.

Gli investimenti infrastrutturali hanno bisogno anche di risorse private. Un piano infrastrutturale europeo non può che fondarsi su una grande alleanza tra capitali pubblici e privati. Gli investitori privati hanno bisogno di regole certe e chiare. Anche dure, ma chiare. Con che credenziali si presenta agli investitori privati un governo che ha perso tempo prezioso prima di fare passi avanti concreti per risolvere la questione del porto di Genova? Molto probabilmente le vecchie concessioni erano troppo generose nei confronti dei privati. Ma la revisione delle norme richiede cautela e passi comprensibili per non far scappare gli investitori spaventati dall’incertezza istituzionale.

Infine, la retorica sovranista, il mio Paese prima degli altri. Nulla di più lontano dall’agire comune europeo. Un piano infrastrutturale europeo e un progetto sull’Europa dal volto umano richiedono un’alleanza tra Paesi e una linea politica diversa da quella di questo governo. Un’Europa più attenta ai bisogni dei suoi cittadini può essere costruita solo da coloro che capiscono cosa significhi abitare una casa comune.

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