Uno scrittore e il suo lusso

Una collezione composta di fossili, vestiti, madeleine e vini rari

Gli oggetti a cui non si può rinunciare spaziano dai whisky giapponesi ai bracciali del New Mexico. Con un omaggio a Marcel Proust.

di Lawrence Osborne

Lawrence Osborne

5' di lettura

Nella vita si dovrebbe cercare di conservare il minor numero di oggetti possibile. Personalmente odio l'idea, come scrittore, di possedere e lavorare su scrivanie piene di cose accumulate nel corso degli anni, dei viaggi e degli spostamenti, così come non riesco a stare dentro stanze piene zeppe, dove si accatastano e affastellano i ricordi. Mi sento soffocare. Preferisco l'idea di una vita semplice, senza troppe incombenze, libera da legacci materiali. La mia scrivania è bianca, vuota, grande, illuminata dal sole. Unico ornamento una maschera thailandese del balletto khon. Di tanto in tanto il mio cucciolo ci si siede sopra e mi osserva. È una scrivania zen e lo zen, si sa, ha un rapporto molto particolare con gli oggetti.

Non sono perfetto, ovviamente, ed esistono anche per me eccezioni, oggetti imprescindibili, come il whiskey e i vestiti. Non posso definirmi un collezionista, però la mia raccolta di distillati è abbastanza singolare: ho solo bottiglie che arrivano dal Giappone. È una strana forma di dipendenza, lo ammetto, anche perché per coltivare questa mia bizzarria, sono andato diverse volte nel paese del Sol Levante. Ogni whiskey è stato acquistato là e mi richiama alla memoria luoghi specifici ed esperienze particolari che ho vissuto.

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L'altra forma di accumulo a cui non so sottrarmi riguarda i vestiti. Mi chiedo spesso quale sia la ragione di questa mia fortissima attrazione visto che abito a Bangkok da molti anni, dove c'è un clima tropicale che non permette di indossare nessuno o quasi degli abiti che ho, se non in frangenti piuttosto rari. Penso che, come per il whiskey, si tratti piuttosto di un legame inconscio, più di natura psicologica che pratica: non ho una spiegazione, ma continuo a comperarli.

Le vere relazioni emozionali che instauro riguardano le città che, del resto, sono fatte di milioni, miliardi di oggetti fisici. Poi c'è il rapporto con la natura, le foreste, il mare e i cieli: realtà concreta, anche se non creata e fatta dall'uomo. La natura suscita in me un sentimento di melanconia per il suo tempo di evoluzione e decadenza così diverso da quello umano. Inevitabilmente qualche oggetto ci resta addosso per tutta l'esistenza, lo amiamo più di altri e richiama una fase particolare della nostra vita, o un episodio che ci ha segnato e non possiamo o vogliamo dimenticare: penso alla mia vecchia chitarra spagnola, che ho suonato ovunque – quella è stata la mia prima carriera – e che mi era stata regalata dal mio mentore, il chitarrista Paul Gregory. È una sorta di filo della memoria che mi riporta indietro nel tempo. È l'unica cosa che possiedo della mia infanzia.

I miei libri noir raccontano storie ambientate sempre in paesi e luoghi diversi, perciò viene naturale pensare che io abbia raccolto in giro per il mondo chissà quanti e quali oggetti. In realtà non è andata così: di solito quelli che attirano il mio interesse sono troppo pesanti e difficili da trasportare. Però, anche in questo caso, ho fatto delle eccezioni. Ad esempio, ho riportato alcuni fossili di trilobite dal Marocco quando sono tornato nel 2000, ma li ho poi abbandonati a New York quando mi sono trasferito fuori città nel 2011. Un nomade come me deve viaggiare leggero.

Per i vini, il discorso cambia. Il mio rapporto con questo mondo è ondivago, si spegne e riaccende a seconda dei periodi. Adesso, ad esempio, non sono particolarmente coinvolto, perché il paese in cui vivo, la Thailandia, è il posto peggiore per avere una cantina di vini buoni. Le tasse per importarli sono proibitive. Dovrei farli entrare di nascosto nel mio bagaglio, bottiglia per bottiglia. Sono un appassionato di vini rari e preziosi. Ho inseguito per anni una bottiglia di Chambave 1961 delle Cantine di Ezio Voyat che si trovano nelle Alpi, il più eccezionale vino italiano che abbia mai assaggiato: ne sono rimaste così poche bottiglie che mi sono dovuto arrendere. Mi piacerebbe trovare un giorno alcune vecchie bottiglie di Edoardo Valentini Trebbiano d'Abruzzo, intendo bottiglie davvero vecchie, ma il fatto di vivere così lontano dall'Italia mi sta penalizzando. E, comunque, se mi imbatto in alcune di loro mentre sono in viaggio in Italia, ovviamente le bevo subito.

Suppongo risponda a verità il fatto che occorre tempo affinché un oggetto ci appartenga interamente e intensamente. Adoro l'idea che le cose vengano tramandate di generazione in generazione, anche se la mia famiglia non l'ha mai fatto. Io intendo invertire questo fallimento della morbosità. Mi piace l'idea di un orologio o di un abito che passa di padre in figlio. A me sono stati regalati tre vestiti appartenenti a Graham Greene direttamente dalla sua famiglia, della quale sono amico. Si tratta di abiti Brioni risalenti agli anni Sessanta. Si adattano come un guanto al mio corpo. Mi piace pensare che questo debba significare qualcosa. Allo stesso modo, io non mi separerei mai da una cravatta se me la regalasse mio padre. Il quale però non le porta!

Se, invece, volessi concedermi un lusso, sceglierei una penna stilografica vintage o un gioiello antico. Ho un braccialetto realizzato con vecchie monete d'argento antico del New Mexico e, incastonata, una bella pietra turchese. È stato prodotto a mano da un'azienda chiamata Red Rabbit Trading, è vecchio di 200 anni. Vale tutte le centinaia di dollari che ho speso per averlo.

Mi interrogo spesso sul potere narrativo degli oggetti, un tema complesso. Le cose sopravvivono alle persone. A volte penso che il loro valore sia di permettere una sorta di conversazione con i morti, con chi non c'è più e ce li ha lasciati. Anche la cultura, del resto, svolge questa funzione. Proviamo a pensare a quelle fotografie scattate dalle prime persone che sono entrate nella tomba di Tutankhamon, insieme alla squadra dell'archeologo Howard Carter nel 1922. A osservarle bene, si avverte uno strano disordine e quasi una familiarità in quell'orda di mobili e tesori: puoi percepire le persone che li hanno messi lì e poi hanno lasciato la stanza. Anche il sigillo di corda sulla porta esterna era intatto. Sono le fotografie più inquietanti mai scattate perché aprono una finestra diretta sul mondo dell'antico Egitto, non mediato da alcuna interpretazione per 3000 anni. Quella fotografia e quella disposizione sono più magiche degli oggetti stessi.

Concediamoci ora di chiudere in dolcezza e allegria. Se dovessi scegliere l'oggetto evocativo per eccellenza, come la madeleine per Marcel Proust, io direi le madeleine stesse. Ne mangio una dozzina al giorno, ma non sono sicuro che mi abbiano ispirato ancora qualcosa di immortale.

Considerato il discepolo di Graham Greene, Lawrence Osborne è uno scrittore-viaggiatore britannico che, dopo il romanzo d'esordio del 1986, Ania Malina, ha preferito dedicarsi per lunghi anni al giornalismo e ai reportage di viaggio. Dopo 28 anni, nel 2012, pubblica The Forgiven, il secondo romanzo, che quest'anno appare in libreria anche in lingua italiana, grazie ad Adelphi (editore di tutte le sue opere). A differenza delle altre sue narrazioni ambientate nel Sud-Est asiatico, Nella polvere (2021) si svolge in Marocco, uno dei tanti Paesi dove Osborne ha vissuto e viaggiato. Fra gli altri suoi lavori, pubblicati in Italia, la guida-memoir Bangkok (2009) e i romanzi Cacciatori nel buio (2017), La ballata di un piccolo giocatore (2018) e L'estate dei fantasmi (2020).

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