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Una Corte costituzionale più interventista

di Giovanni Negri


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2' di lettura

Una Corte costituzionale più interventista. Disponibile anche a coniare nuove tecniche di decisione come l’«incostituzionalità prospettata», fatta esordire per risolvere, almeno nell’immediato, il “caso Cappato” e le inedite questioni della disciplina giuridica del fine vita. Sul quale il Parlamento dovrà muoversi. Nuovi strumenti che si affiancano a quei tradizionali moniti al Parlamento che non sempre vengono accolti. Con il rischio di una frizione anche grave con quella discrezionalità legislativa che a volte scorda per strada la necessità di tutela di diritti vecchi e nuovi.

Si è svolta mercoledì mattina la tradizionale riunione straordinaria della Corte costituzionale alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella. E il presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, nella relazione prima e nella successiva conferenza stampa, ha tenuto a sottolineare la stagione dell’apertura della Corte, attraverso i viaggi nelle scuole e nelle carceri.

Un cambio di passo che si riflette poi anche nella maggiore flessibilità delle soluzioni messe a punto dalla Corte costituzionale per individuare gli adattamenti normativi, conseguenti a giudizi di incostituzionalità, nel complesso panorama offerto dal nostro ordinamento giuridico. E perché non suoni troppo astratto, Lattanzi poi ha anche esemplificato con alcune delle più recenti pronunce, da quella sulla pena accessoria fissa per la bancarotta, la n. 222 del 2018, a quella, di pochi giorni fa, la n. 40, in materia di stupefacenti.

A questo ruolo, certo più dinamico e dialettico anche con la politica, fa poi però da paradossale contraltare il calo costante e apparentemente inarrestabile dei cosiddetti atti di promovimento, delle occasioni cioè nelle quali i giudici ritengono di dovere chiamare in causa la Corte per accertare la coerenza con la Carta delle norme in vigore. Un paradosso che per Lattanzi si spiega da una parte con la moral suasion della Corte che più volte ha invitato la magistratura a esplorare soluzioni costituzionalmente conformi prima di sollevare questioni di legittimità, e poi con il timore di una bocciatura per inammissibilità della questione sollevata.

Si sono poi stabilizzati i conflitti Stato-Regioni sulle rispettive sfere di competenza, dopo il boom del biennio 2012 e 2013, frutto di una riforma non brillantissima del Titolo V Parte II della Costituzione. E tuttavia la crisi economica continua ad alimentare tensioni, ha affermato Lattanzi, sui profili finanziari dell’autonomia regionale. Senza adeguate risorse economiche per svolgere le funzioni di competenza, infatti, l’autonomia rischia di restare del tutto pleonastica.

Il presidente della Consulta, dopo avere messo in evidenza come, a suo giudizio, la Costituzione non abbia certo bisogno di profonde modifiche, «e gli italiani sembrano averlo capito meglio dei politici», ha anche ricordato, rispondendo a una domanda dopo l’assoluzione del ministro dell’Interno Matteo Salvini sul caso Diciotti, che, almeno sul piano giuridico, la questione potrebbe non essere chiusa, rimanendo possibile la via del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

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