Collezioni d'autore

Una grande scrittrice e la sua passione per la penombra e strani oggetti abbandonati

Vecchi ombrelli, girasoli dipinti e un repertorio di bambole e streghe giapponesi. Gli oggetti raccontano storie in mano alle penne più visionarie.

di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb (foto di Jean Baptiste Mondino).

4' di lettura

Ho sempre avuto l'ossessione di perdere le cose. Sin dall'infanzia, ero pervasa dal timore di lasciarmi indietro qualcosa d'importante, forse perché ci spostavamo in continuazione. Alcuni oggetti sono riuscita a conservarli sino a oggi: per esempio, le bambole tradizionali del periodo in cui vivevo in Giappone. La mia bambinaia mi aveva soprannominato Ningyō, che significa appunto “bambola”, perché sosteneva che assomigliavo a una principessa della mitologia. Mi regalò la bambola che la rappresentava. Ce l'ho ancora, così come ho conservato il suo opposto, una strega delle montagne del Nord: per i giapponesi è tra le più perfide e cattive. Quale preferisco tra le due? Le amo entrambe, perché penso che abbiamo bisogno dell'una e dell'altra, sono due caratteri sempre presenti anche nei personaggi dei miei libri: anch'io posso essere un'incantevole principessa e una strega terribile.

Ci sono scrittori che si circondano di oggetti totemici, hanno amuleti, talismani: all'inizio della mia carriera usavo penne stilografiche molto preziose, ma ero terrorizzata dal pensiero di smarrirle, così da qualche tempo utilizzo penne comunissime, che costano davvero poco e posso gettare nella spazzatura quando non funzionano più. Se le perdo, non mi sento in colpa. Il posto in cui scrivo è tutto buio, anche le pareti sono scure, come i vestiti appesi: l'unica eccezione è una piccola lampada, altrimenti non vedrei nulla. Ho bisogno di questo mix di luce e ombra. Non potrei invitare nessuno in questo luogo: una volta è venuta mia madre e si è spaventata per l'oscurità che avvolge ogni cosa. Quella sua reazione ha rafforzato ancor più la convinzione che sia meglio non mostrare a nessuno il luogo in cui scrivo. Se ho bisogno di un tavolo, invece, vado in cucina, l'unica stanza della mia casa parigina dove ce n'è uno. Io non so cucinare, combino pasticci ai fornelli. Per fortuna c'è qualcuno che cucina per me, uno chef un po' dark. E non ho voluto avere bambini: sarei stata un totale disastro.

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Spesso faccio collezionare oggetti ai personaggi dei miei libri: porcellane, piatti, cioccolatiere, vasi portafrutta. Io invece possiedo solo una raccolta piuttosto stupida, di cui quasi mi vergogno a parlare: si tratta di vecchi ombrelli, distrutti, ammaccati, praticamente inservibili per ripararsi dalla pioggia. Ne ho cinquanta, forse addirittura sessanta. Li amo perché io mi sento come un vecchio ombrello, che vive in mezzo a questo cimitero di ombrelli. Non lo intendo in senso negativo: quest'oggetto trasmette un senso di movimento, dà l'impressione di un riparo parziale, apparente, momentaneo. Li raccolgo ovunque, spesso per strada, abbandonati da qualche parte: sembrano sculture mobili. Alcuni sono davvero bellissimi. Sono attratta dalle loro forme, dai colori, immagino che persona potrebbe essere quella a cui sono appartenuti, come li ha persi, se ci pensa ancora.

Ho anche tantissime candele, le adoro. E poi c'è il cioccolato: ha un ruolo importante nei miei libri, è una vera addiction. Lo considero il cibo più buono che esista su questa Terra. Per il cioccolato vale la pena di vivere. Se uno dei desideri dell'essere umano è avere un contatto con Dio, ebbene, quando si mangia il cioccolato, si ha la prova della sua esistenza! Io ne tengo sempre in casa, anzi posso dire che ho le migliori qualità di cioccolata del Belgio, la mia patria, ovvero Côte d'Or, mentre tra le qualità francesi non manca mai la superba Patrick Roger. Non posso proprio farne a meno. Un'altra cosa di cui non posso fare a meno è la statuetta di un gufo, in sé niente di prezioso, ma non me ne separo mai. Non c'è una ragione particolare per questo legame, io non sono superstiziosa, semplicemente quel gufo mi piace. Perché è un animale notturno? Chissà. Forse. Non saprei. Probabile.

Certamente ho tanti libri e sono gli oggetti più cari, anche se il termine oggetto è riduttivo. Prendiamo ad esempio tutto il periodo della pandemia. La letteratura ha svolto - sta svolgendo! - un ruolo curativo, direi quasi salvifico. E non parlo di quei libri in cui pensiamo di ritrovare qualcosa di noi stessi: lo scopo della letteratura non è rispecchiarci, né andare d'accordo o farci sentire in sintonia con questo o quel personaggio. Sarebbe come se guardando la Venere di Milo al Museo del Louvre la amassimo o detestassimo a seconda di quanto ci assomiglia.

L'arte è un'altra grande passione. Ho diversi dipinti, la maggior parte dei quali raffigurano girasoli. Non Van Gogh né capolavori. Sarebbero troppo preziosi per me e - l'ho già detto - io non voglio possedere nulla di costoso per paura di perderlo. Sono semplici girasoli rinsecchiti, sbiaditi, deperiti. Ma questi quadri, insieme agli ombrelli, al gufo e ai libri, sono i miei oggetti del cuore.

Quali libri? Oggi come oggi, mi sento profondamente grata all'intera opera di Victor Hugo, che ritengo sia l'autore perfetto per farci transitare e portarci fuori da questo periodo. Poi sto rileggendo tutto Jules-Amédée Barbey d'Aurevilly, perché le sue storie racchiudono l'intero universo, parlano della vita in ogni sfaccettatura. Ed è quello di cui abbiamo bisogno: essere vivi.

Lo so, la lettura non può supplire completamente all'esistenza, alla nostra voglia di vedere, conoscere, muoverci. Io adesso desidero soprattutto riprendere a viaggiare. Voglio tornare in Belgio, raggiungere Roma e andare a Napoli per rivedere il Cristo Velato alla Cappella Sansevero. È stato scolpito a metà del 1700 da Giuseppe Sanmartino e la statua di Cristo, a grandezza naturale, è coperta da un sudario trasparente realizzato nello stesso blocco di marmo. La amo moltissimo.

Amélie Nothomb è una scrittrice belga che ha trascorso l'infanzia fra Giappone e Cina, al seguito del padre ambasciatore e diplomatico. Ha esordito a 23 anni con il romanzo Igiene dell'assassino, seguito l'anno successivo da Sabotaggio d'amore, entrambi grandi successi di pubblico. Dalla difficile esperienza vissuta come traduttrice in una big company giapponese, è nato Stupore e tremori, vincitore nel 1999 del Grand Prix du Roman de l'Académie française, da cui è stato tratto anche un film. Il suo ultimo libro, uscito in Italia per Voland, è Gli aerostati (2021).

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