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Una icona inglese che ha rivoluzionato il mondo dell’auto: Mini, dal 1959 alla Aceman

Il padre della Mini è l’ingegnere greco Alec Issigonis che rivoluzionò letteralmente il settore automobilistico dell’epoca

di Giulia Paganoni

Sir Issigonis, il padre della Mini.In soli 3 metri e 5 centimetri, l'ingegnere Alec Issigonis riuscì a creare una quattro posti grazie al motore trasversale

3' di lettura

Era la fine degli anni cinquanta, precisamente il 1959. Un periodo caratterizzato da grandi eventi, dalla Guerra in Corea alla crisi di Suez fino alla Rivoluzione Cubana. E in questo contesto è nata una piccola automobile che negli anni sarebbe poi diventata un’icona, ammirata e scopiazzata in tutto il mondo: Mini.

Il padre della Mini è l’ingegnere greco Alec Issigonis che rivoluzionò letteralmente il settore automobilistico dell’epoca. Un lunghezza ridotta all’osso, solo 3 metri e 5 centimetri, un motore in posizione anteriore trasversale, il cambio sistemato al di sotto per ridurre gli ingombri come anche il radiatore che collocato lateralmente. E, ancora, sospensioni a ruote indipendenti e cerchi da appena 10 pollici. Il motore è soltanto di 848 cc per 34 cv sufficienti, comunque, a muovere un’auto che pesava solo 617 kg che nel tempo aumenteranno fino a 85 cv della variante Cooper S con cilindrata aumenta.

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Grazie all’originalità della mano di Issigonis, la casa automobilistica inglese è divenuta un’emblema nel parco automobilistico europeo, diventando un vero e proprio status symbol.

Il nome Mini nacque inizialmente per un’auto specifica, ovvero una vettura nota come Morris Mini Minor e Austin Seven, lanciata dalla Bmc (British Motor Corporation) nel 1959. Successivamente il nome si sviluppò come un marchio a sé stante e si estese ad una gamma completa di veicoli.

La Mini era originariamente una vettura della Bmc, che nel 1966 entrò a far parte della British Motor Holdings. La fusione tra Bmh e Leyland Motors portò alla nascita nel 1968 della British Leyland: nel 1969 Mini diventa così un marchio a sé stante. Nel corso degli anni ottanta la British Leyland cambia nome prima in gruppo Austin Rover e poi in Rover Group, ma una forte crisi porta nel 1988 alla vendita dell’azienda (e quindi anche della Mini) alla British Aerospace, la quale a sua volta lo cede nel 1994 a Bmw. Nel 2000 il Gruppo Rover viene smembrato e Bmw mantiene la sola proprietà della Mini.

Da allora sono state numerose le versioni di Mini presentate sul mercato: dalla classica Mini tre porte (anche cabrio) alla cinque porte fino alle note Paceman (crossover coupé), Countryman (versione a ruote alte) e Clubman (una sorta di station wagon compatta che riprende gli stilemi della Giardinetta). E, tre le ultime novità, Mini si è adeguata alle dinamiche di mercato e nel 2019 ha debuttato in versione 100% alla spina: Cooper SE.

L’auto con il go kart feeling non dimentichiamo che è anche una sportiva, infatti nella gamma è presente anche una versione John Cooper Works che esalta le qualità dinamiche della vettura e viene utilizzata anche nel Challenge Mini. Un Dna competitivo che risale al 1964, quanto Mini s’impose per la prima volta nella più celebre competizione rallistica, il Rally di Montecarlo. Un successo poi ripetutosi nel 1965 e nel 1967 senza contare la vittoria “morale” del 1966 quando tre Mini ai primi tre posti della gara, furono squalificate per proiettori ritenuti dai commissari di gara francesi “non conformi ai regolamenti ufficiali”.

Ma Mini mette tutti d’accordo con la sua storia, la sua sportività e il suo stile giovane fino a chi è attento alla sostenibilità. E ora, siamo pronti per un nuovo capitolo battezzato Aceman.

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