Il libro

Una idea d’impresa con al centro la cura della persona

di Giulio Sapelli

(Syda Productions - Fotolia)

3' di lettura

Un libro inconsueto: un Dialogo, appunto, tra un imprenditore e un giornalista forse anch’egli “inconsueto” per gli interessi che segue e pratica (fino all’arte). L’imprenditore, dal canto suo, ha aperto un nuovo cammino nell’innovazione strategica e merceologica, “costruendo” formazione per manager e imprenditori. E l’ha fatto riproponendo consapevolmente un modello di piccola impresa che unisce conoscenza digitale e amore per la bellezza. È un Dialogo sulla piccola impresa, appunto: e a dialogare sono Alberto Orioli, vicedirettore del «Sole 24 Ore», e Carlo Robiglio, presidente della Piccola industria di Confindustria dal 2017 al 2021. Robiglio discute del suo lavoro e del modello di piccola impresa che ha cercato di inverare e che propone come modello di resilienza sociale e culturale e non solo economica nella deflazione secolare che ci ha colpito in questi ultimi trent’anni. Per chi, come me, ritiene – di contro alle aporie dell’economia neo-classica – che la grande dimensione d’impresa non sia di per sé un fattore di successo, questo “inconsueto” libro è una boccata d’aria fresca, venga esso dall’associazionismo confindustriale o da quello di cui io sono un convinto sostenitore, ossia l’associazionismo artigiano e in generale della piccola impresa e della banca territoriale e cooperativa.

Le idee giuste e i messaggi fondamentali devono sempre essere raccolti e valorizzati. La conferma che la piccola impresa è un elemento essenziale di crescita e di cambiamento dell’industria (la «foresta», come la chiamava Alfred Marshall) è confermato da come si stanno evolvendo gli alberi della foresta medesima, ossia le imprese: accanto alle gigantesche sequoie proliferano, infatti, le esili betulle e le delicate felci, senza di cui nessuna sequoia e nessuna foresta può sopravvivere. In Italia, del resto, e non solo in Italia, la storia dimostra che il rapporto prevalente tra impresa e mercato è, nel caso della grande impresa, di fuoriuscita e di decadenza (salvo che si tratti di impresa a rilevante partecipazione azionaria dello stato), mentre per quel che riguarda la piccola impresa – artigiana e non – il rapporto è invece di entrata nel mercato e di resistenza innovativa. E questo perché, come ci ha insegnato quella grande economista che fu Edith Penrose, in Theory of the Growth of the Firm (un libro edito nel 1959, ma che conserva una sconcertante attualità per la sua profondità teorica), ha dimostrato una volta per tutte che le grandi corporation da sole non possono cogliere tutte le opportunità di crescita, e quindi di innovazione, del sistema economico e sociale. Robiglio è condotto con partecipazione e acume da Orioli nel percorso della condivisione con i lettori della sua esperienza e ne scaturisce un affresco bello, ricco di suggestioni e di insegnamenti, che conferma le tesi della Penrose.

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Tutte le piccole imprese di successo, si dice con convinzione nel Dialogo, hanno radici profonde e quelle che esplorano campi nuovi ne hanno più che mai. Robiglio racconta con chiarezza come, nei primi anni Novanta del Novecento, diede vita a una iniziativa imprenditoriale diretta a valorizzare la storia, le tradizioni e i valori di un territorio grazie all’editoria e alla formazione che la filiera digitale offriva di concepire in modo nuovo consolidate pratiche di management. Colpisce come lo sviluppo della competenza secondo una aggregazione verticale dei talenti costituisca, di queste imprese, la via per fare della piccola dimensione una forza competitiva. La ragione risiede nella percorribilità di percorso diretto a trasformare la struttura d’impresa nel mentre si co-determina la formazione e la crescita di nuovi mercati. Mi è molto caro questo modello, perché strappa la piccola impresa dall’immaginario stantio – anche se affascinante a prima vista – di un cosiddetto “nuovo Rinascimento” che così si può ritirare nell’armadio delle anticaglie per sottolineare, invece, del “valore artigiano” quel soffio di modernità e di eticità insieme che, invece, lo caratterizza. Così si fa in questo libro.

E questo perché al centro del modello penrosiano, come Orioli sottolinea continuamente con Robiglio, vi è la cura delle persone nell’impresa e di quelle che nel mercato incontrano l’impresa attraverso i suoi prodotti, le sue idee e quella sorta di “innovazione ergonomica” che è fruibile con facilità e che è foriera di un empowerment degli stessi consumatori. Essa disvela il valore liberatorio che l’attività imprenditoriale può portare in dono alla società.

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