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Una idea del progetto europeo e gli interessi legittimi dell’Italia

di Giuliano Amato

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5' di lettura

Gli italiani che guardano all'Europa non come problema di cui liberarsi, ma come soluzione da rendere migliore devono essere grati a Sergio Fabbrini per gli scritti che qui sono raccolti. Fabbrini si è occupato dei temi europei in tante sedi, ha anche scritto ottimi libri su di essi. Ma a ciò ha accompagnato l'impegno di scriverne settimanalmente per i lettori del Sole 24 Ore, spiegando e commentando quello che veniva e viene accadendo nelle sedi istituzionali europee, le posizioni che si venivano e si vengono affermando in Italia (e non solo).

Dando sempre le coordinate più corrette per inquadrare il tutto.È diventato così il punto di riferimento ineludibile del dibattito europeo in Italia e quanto più questo ha risentito della radicalizzazione, talora parossistica, delle nostre polemiche politiche interne, tanto più –credo – è stato prezioso per i lettori de “Il Sole” poter disporre ogni settimana delle sue analisi e dei suoi commenti, specie tenendo conto dei criteri ai quali si è sempre ispirato: davanti a un’Europa che viene, ora elogiata, ora e più spesso criticata da chi neppure ne conosce i tratti e il funzionamento, un studioso che scrive su un giornale deve offrire ai suoi lettori il frutto delle conoscenze che si è formato nei suoi studi, non la prima opinione che gli è saltata in mente facendosi la barba al mattino (questo lo scrivo io, non lo ha scritto lui, ma credo che lo pensi). Ciò tuttavia non significa che debba essere asettico e neutro e non possa esprimere i valori in cui crede. Ed ecco qui, nell'introduzione a questo volume (vedi sotto), il filo rosso valoriale degli scritti settimanali, che viene fatto risalire a Ralf Dahrendorf e a Karl Popper: democrazia, società aperta, economia di mercato e giustizia sociale, valori che sono fra quelli sui quali è esplicitamente fondata l’Unione Europea e che rendono meritevole il progetto che in essa si incarna.

Il progetto dell’Europa

Su queste premesse, e con questo filo, Sergio Fabbrini è venuto dipanando e dipana qui i suoi argomenti, in termini certo favorevoli a tale progetto, ma con toni che non sono mai quelli acritici degli euroentusiasti; è anzi ben consapevole di ciò che non va e sui problemi e sulle relative soluzioni, pezzo dopo pezzo, ha insistito e insiste con encomiabile tenacia.

Non ha dubbi, Fabbrini, sul successo che la Comunità Europea seppe conseguire, chiudendo i conti con il passato post-westfaliano nel quale la sovranità esclusiva degli Stati aveva generato quel nazionalismo aggressivo, che ci era costato guerre su guerre e milioni di morti. La presa d’atto della inevitabile interdipendenza degli Stati nazionali (interdipendenza è una delle parole chiave di questo libro) è avvenuta all’insegna del “mai più guerre fra noi” ed ha consentito, appunto con la creazione della Comunità, una efficace risposta al passato.

Le guerre fra noi non solo non le ha più pensate nessuno, ma sono divenute davvero impensabili. Il progetto europeo, però, non era soltanto questo, doveva anche essere una risposta a un futuro nel quale nessuno Stato, da solo, avrebbe potuto fronteggiare sfide come quella ambientale, una criminalità ormai organizzata sul piano internazionale, flussi migratori sempre più intensi, per non parlare delle potenze economiche e militari di rilievo mondiale che solo in formazione europea avremmo forse potuto bilanciare. È qui, è davanti a queste sfide che i nostri pur innegabili progressi – il mercato integrato, l’elezione diretta del Parlamento europeo, l’euro - non sono bastati a farci avanzare verso una integrazione crescente e condivisa. L’integrazione è avvenuta a balzelloni, i suoi risultati hanno suscitato consensi, ma anche forti dissensi – si pensi agli strumenti di cui ci si è dotati per fronteggiare la crisi economico e finanziaria del 2008 e all’uso del patto di stabilità - sul piano politico ne è uscito un irrigidimento degli interessi nazionali, di cui si sono fatti paladini nuovi o rinvigoriti movimenti populisti. Di qui i sovranismi, poco amici dell’Unione e forieri di ostilità di un Paese verso l’altro, con i quali facciamo i conti ancora oggi, pur nell’Europa rasserenata dall’intervenuta approvazione del Recovery Fund, grande passo in avanti verso una finanza comune.

La visione dell’Europeismo

Davanti a questo panorama chiaroscurale, sempre più segnato dalla contrapposizione fra interesse europeo e interessi nazionali, non vi aspettate da Fabbrini una semplicistica condanna dei secondi in nome del primato europeo. Intanto egli è critico verso quella parte dell’europeismo italiano, che aveva totalmente identificato l’interesse nazionale nell’interesse europeo.

È innegabilmente vero che il c.d. vincolo europeo è stato utile per spingere l’Italia verso riforme che avrebbe dovuto fare in ogni caso, nel suo stesso interesse. Ma è davvero troppo sostenere che sempre e comunque tale interesse coincide con quello europeo. Noi, come tutti, abbiamo i nostri interessi in una Unione che ha messo insieme comunità nazionali radicate ciascuna nelle proprie specificità economiche, nelle proprie sensibilità culturali, nelle proprie tradizioni, a volte comuni, ma più spesso distinte. Per mantenere tutto questo insieme, occorre bensì perseguire gli obiettivi comuni, ma non dare a nessuno la sensazione di esserne cancellato, o magari ignorato a beneficio di altri. La costruzione europea, insomma, deve riuscire ad avvalersi anche di questi materiali e il problema è come farlo, per evitare poi di esserne soverchiati e paralizzati.

Di tutto questo Fabbrini è più che consapevole e proprio per questo non gli è difficile mettere l’europeismo, di cui è peraltro partecipe, davanti alla lezione che ci viene dai fatti recenti. (...)

Farsi delle domande

È pensabile una Unione che sia tale se le sue interne articolazioni, due o più, non fanno tutte capo alla medesima Commissione e al medesimo Parlamento? È concepibile che Stati in accertata e non rimediata violazione della rule of law ne siano partecipi, sia pure al livello più basso, vale a dire del solo mercato integrato? E che ne sarà del Consiglio europeo, dovrà adattarsi a formazioni diverse, oppure, ancorandosi agli orientamenti e alle priorità politiche generali (esattamente ciò che gli compete) riuscirà ad essere il grande ed unico disegnatore del futuro europeo, sotto l’occhio del Parlamento?

Immersi nella cronaca, molti, troppi protagonisti politici della vita europea sembrano lontanissimi da quesiti del genere; e non è detto che la prevista Conferenza sul futuro dell'Unione riesca davvero a ridurre la distanza per tutti. Ciò aumenta il valore di una raccolta come questa, che tali quesiti fa rimbalzare da uno scritto all'altro, pur trovando proprio nella cronaca, settimana dopo settimana, lo spunto di partenza. Fabbrini prende esplicitamente le mosse dal “conoscere per deliberare” di Luigi Einaudi. Ma ci aiuta eloquentemente a capire che ciò che va conosciuto non sono solo fatti, sono le cornici in cui essi si collocano, i principi che in essi prendono corpo o che, all'opposto, vengono messi in tensione attraverso di loro, i progetti verso i quali si intende orientarli, se non si vuole che siano in realtà i fatti stessi a governare il proprio sviluppo.

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