Opinioni

Una legge che deve unire e non dividere

di Floriana Cerniglia


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3' di lettura

Anche sull’autonomia differenziata monta il nervosismo. Riuscirà il governo ad approvare una riforma i cui esiti potrebbero essere irreversibili? Irreversibili perché il Parlamento, in base al c. 3 dell’art. 11, approva (ma non può emendare) con una legge rinforzata che non ammette un referendum abrogativo. E perché queste intese sono un patto tra esecutivi (regionale e nazionale) che potrà cambiare solo con la volontà di entrambi.

Sarà difficile che lo Stato possa unilateralmente riportare alle proprie competenze le materie trasferite. A meno che non si voglia introdurre nelle intese questa possibilità, e speriamo lo si faccia.

L’irreversibilità è solo una delle preoccupazioni di questa riforma alle quali molti osservatori stanno dando voce negli studi (e nelle audizioni presso la commissione per il federalismo fiscale e in quella per gli affari regionali). In questi studi, emerge che non si tratta di critiche ideologiche come talvolta il presidente della Regione Veneto Luca Zaia pensa che siano quando gli si presenta una voce di dissenso anche rispetto all’enormità delle richieste di trasferimento di materie avanzate delle Regioni. Zaia ripete che vorrebbe una discussione più informata e non solo critiche emotive da parte di chi non conosce le carte. Ha ragione: ci vorrebbe un dibattito più informato. E i primi a volerlo siamo noi cittadini.

Ma non è possibile, perché non si conoscono le carte. Gli unici testi sono quelli resi noti dalla ministra degli Affari regionali e delle autonomie Erika Stefani il 25 febbraio 2019 che hanno solo la prima parte (il Titolo I, otto articoli, tra questi: l’art. 2 con l’elenco delle materie richieste e l’art. 5 sui profili finanziari). La seconda parte – con le specifiche funzioni richieste per ogni materia – non la conosciamo. E le audizioni nelle commissioni parlamentari si sono svolte sul Titolo I, in particolare sull’art. 5 i cui commi contradditori - che suscitano «preoccupazioni per i possibili rischi sia sulla tenuta del vincolo di bilancio nazionale sia sulla garanzia della solidarietà interregionale» – sono stati sollevati da due Organi “non emotivi”: l’Upb (dal cui testo è tratta la citazione) e la Corte dei conti.

Emerge che si vuole disegnare un finanziamento simile a quello delle Regioni a statuto speciale e non come aggiustamento al margine a quello delle regioni a statuto ordinario. Nelle intese non c’è infatti alcun riferimento alla legge delega 22 del 2009 (di attuazione dei princìpi dell’art. 119 della Costituzione) e al decreto 68/2011, quello sull’autonomia di entrata per le Regioni a statuto ordinario.

    In un intervento a un convegno di presentazione di un Osservatorio sul regionalismo differenziato, presso l’Università Federico II di Napoli, Di Maio ha dichiarato che si sta procedendo a una revisione di questo art. 5. Aspettiamo di leggere questa nuova formulazione.

    Ma veniamo alla seconda parte: quella sulle funzioni trasferite. Critiche sono arrivate da un altro “organo non emotivo”: il Dipartimento per gli affari Giuridici e legislativi che ha letto le carte e ha preparato un appunto per il Presidente Conte in cui si fa riferimento a testi del maggio 2019 ed emergono profili di problematicità in merito ad alcune funzioni richieste e si paventa il rischio concreto di conflitti tra Stato e regioni.

    Una considerazione finale. L’emotività non è solo tra gli studiosi, ma anche tra i due contraenti, tant’è che il Presidente Conte ha sentito il bisogno di scrivere una lettera ai Veneti e ai Lombardi sul «Corriere della Sera» di domenica 21 luglio e a cui Zaia e Fontana hanno risposto con un’altra lettera su un quotidiano. Una tale riforma non si fa a colpi di lettere sui giornali, annunciandone contenuti ai quali seguono veti in altri comunicati sui giornali o sui social. Come uscirne?

    Una situazione complessa, anche per mancanza di una legge di attuazione del comma 3 dell’art. 116 che dovrebbe stabilire i limiti e le finalità per le richieste regionali sulle funzioni. È vero che fintantoché i due contraenti stanno negoziando le carte, le stesse non possono essere ufficiali. In una trattativa, non ci sono mai carte “definitive”. Auspichiamo che quando i testi di intese saranno approvati dal governo si consenta al Parlamento di discutere i testi ed eventualmente emendarli.

    Tutto è in mano a due partiti che guardando anche legittimamente agli interessi del loro elettorato di riferimento, che ha anche una collocazione geografica. Ma non è una riforma Nord contro Sud o viceversa. Deve riguardare tutti gli italiani e se ben fatta fa crescere tutta l’Italia. E se qualche partito nazionale – che dovrebbe avere una visione unitaria – si volesse mettere in mezzo dicendo qualcosa, forse non sarebbe male. Il regionalismo differenziato è un’innovazione introdotta con la riforma del Titolo V, a firma del centro sinistra. Perché non entrare di più nel merito anche adesso? Aspettiamo fiduciosi.

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