Bussola & Timone

Una minimum tax globalizzata per il dopo pandemia

Le circostanze sono favorevoli per un accordo tra gli Stati Uniti e i Paesi europei che non fanno dumping fiscale

di Giovanni Tria

(AdobeStock)

4' di lettura

La proposta avanzata dalla nuova amministrazione americana sulla riforma del sistema di tassazione internazionale delle società (corporate tax) potrebbe sbloccare una trattativa internazionale che va avanti da vari anni e che punta a due obiettivi principali. Il primo è sottoporre i profitti dei giganti del web, che sono prevalentemente americani, a tassazione nei Paesi in cui operano e in cui realizzano i loro profitti. Il secondo è rispondere alle tecniche di competizione fiscale aggressiva adottate da alcune giurisdizioni a danno di altre e frenare in tal modo la corsa al ribasso nella tassazione delle società multinazionali che si spostano nei Paesi che offrono le aliquote più basse. Ai due obiettivi corrispondono i due pilastri della riforma in corso di negoziazione e il cui disegno era demandato all’Ocse, l’organizzazione che raccoglie le economie ricche del mondo.

Il primo pilastro implicava cambiare in parte il principio adottato nella tassazione internazionale secondo il quale le società sono tassate nel luogo di produzione e, quindi, nei Paesi dove sono collocate le loro attività fisiche di produzione. Il problema della tassazione dei giganti del web, o di altre società tecnologiche, è che queste svolgono attività nei vari Paesi senza avere asset tangibili. Per tassarle è quindi necessario superare il principio generale e determinare in altro modo dove producono ricavi e profitti pur non avendo attività fisiche individuabili. Sostanzialmente significa rivoluzionare il principio vigente e tassare le società dove “vendono” i loro servizi, in pratica adottare una tassa sulle vendite e non sulla produzione. Questa era, ed è, sostanzialmente la proposta eureopea, o almeno di parte dei Paesi europei, alla base della web tax già timidamente adottata in alcune giurisdizioni, tra cui quella italiana. La risposta americana, fino a oggi, è stata di considerare discriminatoria questa impostazione perché diretta a colpire le grandi società del web, che sono appunto americane, proponendo in alternativa di estendere il nuovo sistema di tassazione a tutte le multinazionali, senza riguardo del settore di appartenenza. La risposta degli Usa veniva vista dagli europei come un modo di lanciare la palla in tribuna, estendendo il problema e, quindi, complicandone la soluzione. In fin dei conti, ancorare una parte della tassazione delle società multinazionali al Paese in cui si effettuano le vendite invece che al luogo di produzione avrebbe comportato una complicata redistribuzione di gettito, soprattutto se si tiene conto che importazioni e esportazioni in gran parte dei Paesi non sono bilanciate.

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Il primo pilastro della riforma è fortemente interconnesso al secondo che consiste nell’adozione di una global minimum tax strumentale al raggiungimento dell’obiettivo di ridurre la competizione fiscale aggressiva. Questo secondo pilastro non pone un contrasto tra Paesi europei e Stati Uniti, ma divide quelli considerati paradisi fiscali dagli altri. Quindi lo scontro passa anche all’interno dell’Unione europea, dove da tempo si discute sulla necessità di combattere una competizione fiscale sleale condotta da Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e alcuni altri nei confronti degli altri Paesi dell’area euro. Il conflitto interno all’Europa, e in particolare interno all’area euro, è amplificato da una questione particolare per la quale è lecito parlare di competizione sleale. Da una parte l’adozione di una moneta comune impedisce la possibilità di una svalutazione competitiva, cioè diretta a sottrarre commercio al vicino in un gioco a somma zero, dall’altra è consentita la competizione fiscale. Il gioco che ne risulta è a carte truccate perché mentre a una svalutazione competitiva è possibile reagire con una corrispondente svalutazione, a una concorrenza fiscale di piccoli Paesi che attraggono quote sproporzionate dei profitti delle multinazionali non è possibile reagire da parte di quelli più grandi che hanno problemi vincolanti di bilancio. In Europa la discussione non è mai andata avanti a causa del principio vigente di unanimità sulle decisioni riguardanti le questioni fiscali, ecco perché è importante per i Paesi europei affrontare in un contesto internazionale più ampio il problema.

La nuova proposta americana riguarda entrambi i pilastri sopra sinteticamente descritti. Per le grandi multinazionali, quindi non solo per quelle del web, si propone una doppia tassazione, cioè la possibilità che esse siano tassate in modo contenuto, ma – vale il principio almeno all’inizio – nei vari Paesi, in proporzione alle vendite effettuate dentro quei confini. Per quanto riguarda il secondo pilastro, viene proposta una minimum tax globale che potrebbe essere fissata al 21%, che è il livello attuale della tassazione delle società negli Stati Uniti dopo la riforma Trump. Ovviamente ogni Paese sarebbe libero di fissare un livello di tassazione superiore.

La motivazione di questa mossa dell’amministrazione Biden viene ricondotta alla sua intenzione di aumentare la tassazione delle società americane fino al 28%, dal 21% attuale, per non finanziare totalmente con debito e con emissione di moneta l’enorme programma di investimenti infrastrutturali che essa si propone di realizzare per rilanciare l’economia americana. Il collegamento di questo fine interno con il piano di tassazione internazionale proposto si spiega alla luce delle motivazioni che spinsero l’amministrazione Trump a ridurre la tassazione dei profitti delle grandi società, che era negli Stati Uniti di molto superiore a quella vigente in Europa, portandola da un’aliquota del 35% al 21% attuale. Uno dei motivi di quella decisione fu di far rientrare negli Stati Uniti una massa enorme di profitti delle multinazionali che rimanevano all’estero per sottoporsi a una tassazione minore. L’obiettivo attuale di riportare a un livello maggiore questa tassazione dovrà quindi tener conto anche del possibile riproporsi di questo fenomeno.

Vi sono perciò oggi le circostanze – una volta tanto, virtuose – per un’alleanza tra Stati Uniti e buona parte dei Paesi europei per sbloccare i negoziati internazionali per una riforma urgente, purché si tengano uniti entrambi i pilastri. È anche l’occasione per regolare i conti in Europa e far passare regole più eque. D’altra parte l’Europa, se vuole andare avanti nel processo di integrazione, ed è interesse dell’Italia che vada avanti, ha bisogno di nuove regole una volta usciti dalla pandemia. La minimum tax globale delle società è bene che sia parte del pacchetto.

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